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Riace, terra di accoglienza e di inclusione

05 Apr Riace, terra di accoglienza e di inclusione

San Gior GC’è un solo italiano nella classifica stilata dalla rivista americana Fortune sui 50 leader più influenti al mondo: si tratta del sindaco di Riace, Domenico Lucano. E’ un riconoscimento per il suo impegno nel campo dell’immigrazione: da quando Lucano é sindaco, infatti, il Comune di Riace ha dato ospitalità ad oltre seimila immigrati che hanno trasformato il volto di un piccolo comune della Locride votato all’emigrazione e allo spopolamento. Sul senso di un progetto come questo che tanto assomiglia a un’utopia, abbiamo intervistato Chiara Sasso, autrice del libro Riace, terra di accoglienza per le Edizioni Gruppo Abele.

Nel suo libro lei racconta una storia iniziata nel 1998 con centinaia di profughi che approdano sulle coste della Calabria. In un territorio estremamente complesso come quello dell’Aspromonte gli immigrati non solo vengono accolti ma avviano una serie di attività artigianali e imprenditoriali. Qual è il segreto di questo incontro virtuoso tra due realtà così diverse?
Il segreto è la forza delle persone che credono in un progetto. Domenico Lucano non aveva un ruolo riconosciuto quando, insieme ad un gruppo di ragazzi, ha fondato l’associazione culturale “Città Futura” dedicata a don Giuseppe Puglisi. La politica era lontana ma c’era già la voglia di combattere contro la decadenza, lo spopolamento e l’isolamento al quale Riace si stava avviando. Non a caso uno dei primi obiettivi dell’associazione fu quello di ricompattare la comunità, attraverso feste e spettacoli teatrali ispirati alle tradizioni, come ad esempio la cultura della ginestra che dopo essere raccolta, veniva cardata e filata. Quasi per gioco si erano presentati con una lista alle elezioni amministrative (anni 90’ ) ma come racconta spesso Domenico: “neppure i nostri parenti ci avevano votato…”.
Nessuno avrebbe scommesso che da un piccolo paese della Locride potesse nascere una forza così grande in grado di imporsi, con il suo esempio, non solo in Italia ma anche all’estero. Nel novembre del 2009 a Berlino, davanti ai potenti della Terra intervenuti per ricordare la caduta del muro, il regista Wim Wenders che aveva avuto modo di conoscere Riace per averci girato il cortometraggio “Il Volo” disse: “La vera utopia non e’ la caduta del muro, ma quello che e’ stato realizzato in alcun paesi della Calabria, Riace in testa. Il vero miracolo non è qui, ma in Calabria, dove per la prima volta ho davvero visto un mondo migliore. Ho visto un paese capace di risolvere, attraverso l’accoglienza, non tanto il problema dei rifugiati, ma il proprio problema: quello di continuare a esistere, di non morire a causa dello spopolamento e dell’immigrazione. E ho voluto raccontare questa storia in un film che ha come attori i veri protagonisti”.
Sono passati una ventina d’anni da quando Domenico scriveva testi teatrali per far rivivere il suo paese. In mezzo c’è stata passione, grande lavoro, sfide vinte, nuove elezioni dove quel gruppo di ragazzi si è nuovamente presentato e ha vinto.

Riace ha meno di duemila abitanti e quasi la metà sono migranti. Tuttavia l’integrazione è avvenuta e ha contribuito alla rivitalizzazione del piccolo centro in provincia di Reggio Calabria. Quali sono stati i principali ostacoli incontrati?
La criminalità organizzata si è fatta viva “solo” in alcuni momenti, in particolare quando ci sono state le nuove elezioni amministrative e Domenico Lucano si è ripresentato. In quell’occasione le minacce sono state forti: i cani del figlio avvelenati, spari nel portone dell’associazione Città Futura e nella casa “Donna Rosa”. Riace è un paese tranquillo ma una delle prime cose che il sindaco ha fatto, consapevole che fosse una carta vincente, è stato “legarsi al mondo”. Rendere il paese aperto a tutti, con presenze sempre diverse e riflettori accesi. Ogni iniziativa che veniva proposta c’era la disponibilità ad ospitarla. Convegni, incontri, documentari, festival… In poco tempo Domenico Lucano è diventato un simbolo seguito e sostenuto oltre la Calabria, in tutto questo percorso la Rete dei Comuni Solidali, in quanto “rete” è stato di grande aiuto.

L’esempio di Riace dimostra che anche in tempi di spending review è ancora possibile investire sull’accoglienza e sull’inclusione. Lei fa parte della Rete dei comuni solidali. Di cosa vi occupate e quali sono i vostri obiettivi?
Faccio parte dei Gruppo di Coordinamento Recosol, nato dodici anni fa per promuovere la cooperazione decentrata. In seguito all’aumento dei flussi migratori, Recosol si occupa anche di accoglienza e supporta i Comuni che si impegnano su questo fronte. La sfida di saper trasformare le risorse disponibili per l’accoglienza in progetti collettivi che coinvolgano sia gli italiani che gli stranieri è una delle cose più delicate e difficili. La bilancia degli investimenti deve essere sempre a favore dei migranti, ma spesso come si è visto, diventa business per altri motivi. Alcuni grossi scandali di corruzione e malaffare stanno di fatto coprendo l’importante lavoro che centinaia di operatori e volontari stanno facendo. Ci sono tanti operatori che si fanno carico di problemi che non gli competono, spesso supplendo alle carenze e ai ritardi delle Prefetture e del Ministero. Operatori e amministratori che, in totale solitudine, si inventano strumenti non solo lavorativi ma veri percorsi culturali di integrazione e mediazione in un clima sempre più difficile e ostile.

 

(valentina casciaroli)

 



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