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Vigilare: come combattere la corruzione e l’illegaIità

04 May Vigilare: come combattere la corruzione e l’illegaIità

Immagine 10Quanto costa all’Italia la sua corruzione? In molti parlano di 60 miliardi di euro ogni anno, ma non è chiaro chi l’abbia detto per primo. Si tratta di calcoli elaborati su una stima della Banca Mondiale, che nel 2004 parlò del 3% del Pil globale, applicati al caso italiano. Un numero, quindi, più “pedagogico” che scientifico, volto a evidenziare l’enormità degli effetti della corruzione e non la sua reale dimensione. Recentemente, Anac e Istat si sono dati una convenzione per arrivare a una nuova misurazione congiunta che attesti una volta per tutte e in modo rigoroso tale cifra. È poi noto come nelle classifiche internazionali dell’Indice di Percezione della Corruzione (Cpi) elaborate dall’associazione Transparency International, l’Italia nel 2015 risulti tristemente 61 esima al mondo, assieme a Lesotho, Montenegro, Senegal e Sudafrica. Se per qualcuno il Cpi non è considerabile veritiero, lo è invece per gli operatori economici internazionali (l’indice è frutto di interviste loro mirate): in Europa questi ultimi considerano l’Italia appena più credibile della Bulgaria, ma meno di Grecia, Romania e ogni altro Paese comunitario. Una buona ragione per dirigere altrove i loro investimenti. Secondo Lucio Picci, ordinario del Dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Bologna, qualora, invece che nelle zone di bassa classifica del Cpi, l’Italia fosse allo stesso posto della Germania, il reddito annuale nazionale crescerebbe di 585 miliardi di euro. Fantaeconomia? Tutt’altro. Altri ricercatori hanno rinunciato a contare la corruzione per indagame invece gli effetti, intrecciando il Cpi con altri macroindicatori.
Ad esempio Alberto Vannucci, ordinario di Scienza politica e direttore del Master in Analisi, prevenzione e contrasto della corruzione e della criminalità organizzata dell’Università di Pisa, nel suo volume intitolato Atlante della corruzione dimostra empiricamente come il fenomeno avveleni l’economia (pesa sul Pil, allontana gli investimenti stranieri, incide sulla disoccupazione giovanile, spreca denaro pubblico, esclude le forze sane del mercato, rallenta l’innovazione e la ricerca, allunga i tempi della burocrazia, mette a rischio il lavoro e i lavoratori) e inquini la democrazia (demolisce la fiducia dei cittadini, autoalimenta se stessa delegittimando le istituzioni e scoraggiando la partecipazione, lede il principio di uguaglianza, distrugge la giustizia sociale, non crea allarme sociale, mina la decisione pubblica, orienta i procedimenti legislativi, distorce la competizione politico-elettorale, espone il politico al ricatto).

Al netto dei numeri e delle ricerche, il costo principale della corruzione è contenuto nella sua stessa etimologia latina: cum-rumpere significa infatti liquefare, spezzare, distruggere il patto sociale che ci tiene uniti. Pertanto, il corrotto pubblico è colui il quale abusa della sua capacità di prendere decisioni a nostro nome al fine di averne un utile privato, tradendo il mandato fiduciario che lo lega a noi. Il corruttore è invece colui che si avvantaggia a scapito del diritto e del merito, tradendo ogni principio economico e sociale. Infine ci siamo noi tutti, che paghiamo il costo immediato delle tangenti e gli effetti di lungo periodo che il tradimento e la frattura comportano. Del resto, anche chi si corrompe si condanna all’inautenticità e finisce schiavo di un gioco da cui non è libero di uscirne se non a carissimo prezzo. La corruzione, in sintesi, costa la crisi che stiamo vivendo: scelte dissennate, opache e fondate sul malaffare di decenni fa — a cui si aggiungono le presenti — stanno scaricando i propri effetti sulla situazione attuale attraverso il taglio dei servizi.
Ad esempio, malaffare in sanità significa una diretta diminuzione dell’accesso alle cure, scarsità di farmaci, letti d’ospedale in meno. Non basta: risorse già scarse verranno distratte per alimentare la macchina bulimica della corruzione e non per rispondere ai bisogni delle persone.
Infine: la corruzione è il viatico delle mafie. Oggi è il modello di “rete criminale organizzata” a spiegarci come stanno mutando i sistemi illegali. Nella rete, si fondono e confondono insieme politici, funzionari e controllori corrotti, faccendieri e imprenditori corruttori, soggetti mafiosi garanti. Questi ultimi, nello scambio, prevalentemente offrono il know how di creazione del network occulto e al tempo stesso di garanzia dello stesso, tramite il “potere di morte”. Imprimere lo stampo mafioso sulla filiera corruttiva (lo dimostrano bene i casi Mafia Capitale e Aemilia) significa inserirvi il principio del “chi sbaglia paga” che ne garantisce il buon funzionamento. La contropartita richiesta dai soggetti mafiosi è accedere alla vita economica legale del Paese, viziandola con effetti devastanti e peraltro sottostimati dagli stessi altri partecipanti alla rete di corruttela, i quali ragionano solo in ter1nini di convenienza sul breve periodo.
A spese di tutti noi.

(leonardo ferrante, referente anti-corruzione di Gruppo Abele e Libera)

Il testo è tratto dall’e-book Sbilanciamo le città. Come cambiare le politiche locali



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