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Com’è cambiato il fenomeno del consumo di alcol in Piemonte

30 Nov Com’è cambiato il fenomeno del consumo di alcol in Piemonte

 

Giovani e inclini (soprattutto se maschi e nella fascia 18-24 anni) a seguire la moda nordeuropea del “binge drinking” più che la cultura italiana del bere quotidiano ai pasti. Su questo profilo di consumatori di alcol si è concentrata l’attenzione dell’indagine realizzata per l’associazione Aliseo dal dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Torino, presentata alla Fabbrica delle “e” in occasione del convegno In direzione ostinata e contraria, per i 30 anni dell’associazione torinese Aliseo, nata nel 1987 tra le attività del Gruppo Abele.

A presentarla è stata la dottoressa Cristina Mosso, intervenuta al convegno In direzione ostinata e contraria, che ha analizzato i cambiamenti del fenomeno del consumo di alcol in Piemonte, con l’obiettivo di individuare nuove strategie di prevenzione e trattamento: “Bevono fuori dai pasti, prevalentemente birra e aperitivi alcolici – sintetizza Mosso. Di tanto in tanto riferiscono di fare le cosiddette abbuffate alcoliche (più di sei unità alcoliche per volta). Consumano alcol in compagnia, in casa o nei luoghi di divertimento, e con la convinzione che il bere possa far stare meglio, sentire meno le emozioni negative e persino migliorare le prestazioni della persona, anche per quanto riguarda l’attenzione e la capacità di svolgere compiti”. Una considerazione, quest’ultima, che stupisce, tanto più in relazione ad un’istruzione medio alta come quella del campione interpellato (torinesi tra i 18 e i 39 anni, principalmente diplomati o in possesso di una laurea), e che viene riferita anche dai giovani che si rivolgono (in prima persona o con i propri genitori) agli spazi dedicati all’alcologia in ambulatori, ser.t e nei servizi di accoglienza del pubblico e privato.

Non solo i consumatori, anche i servizi della rete alcologica piemontese sono mutati nei trent’anni in cui Aliseo ha operato a Torino e in provincia: “Dall’87 ad oggi – ha spiegato Livia Racca, coordinatrice dell’associazione Aliseo – sono molti i tipi di trattamento e di collaborazione sperimentata dalla nostra associazione con la rete dei servizi, sia pubblici che privati, che si occupano di alcol e tematiche correlate al consumo e all’abuso. Sicuramente c’è stata un’evoluzione: si è partiti con lo spirito del volontariato, ma nel tempo le competenze e le professionalità degli operatori hanno affiancato e reso più robusto il lavoro a sostegno delle persone seguite. Negli anni, ai più tradizionali servizi di ambulatorio alcologico (con colloqui individuali, gruppi terapeutici) e di comunità residenziale (attiva dal 1992), abbiamo affiancato e potenziato quelli che tecnicamente si chiamano servizi di domiciliarità o meglio ancora territorialità. “negli anni – prosegue Racca – ci si è resi conto che le persone avevano bisogno, contemporaneamente o successivamente all’impegno nell’astensione dall’alcol, anche di altro, ossia di riappropriarsi di quelle capacità residue che l’alcol intacca e reimparare la socializzazione, rimotivarsi ad occupare il tempo e lo spazio lasciati vuoti dall’alcol. In sintesi: di migliorare la qualità della propria vita e delle proprie relazioni sociali”.

La rete di alcologia piemontese, con le sue potenzialità e le sue criticità è stata analizzata da Augusto Consoli, coordinatore del Gruppo Alcologico Regionale: “Il sistema dei servizi in Piemonte – ha spiegato a margine del suo intervento – è caratterizzato da una lunga e positiva storia di attenzione alle problematiche alcol correlate realizzata grazie ad una stretta collaborazione tra pubblico e privato. Resta tuttavia da migliorare la capacità di progettazione congiunta. È  inoltre importante che, non solo il sistema dei servizi che si occupano di problematiche alcologiche, ma tutto il territorio e i soggetti educativi e sociali attivi, siano coinvolti in azioni e politiche preventive, trasversalmente alle fasce d’età e non solo per i giovani e giovanissimi”.

Le sfide per i prossimi 30 anni sono molte, le ha sintetizzate Luigi Ciotti, intervenuto al convegno in dialogo con Mariapia Bonanate, giornalista e presidente di Aliseo: “indubbiamente dobbiamo accrescere la nostra conoscenza e aggiornarci, per poter essere sempre efficaci nel nostro lavoro accanto a chi è più fragile. Certamente dobbiamo cogliere e rilanciare ciò che di positivo già c’è, come la nostra capacità di mettere in comune le forze, di lavorare in rete. Abbiamo però anche l’obbligo di rivendicare il giusto investimento economico per il sociale, per non essere semplicemente “i delegati” ad occuparci delle fragilità delle persone, ma essere dotati degli strumenti necessari per farlo. Con la ragione della mancanza di fondi, nel nostro Paese si stanno mettendo a rischio le future generazioni. Se in Europa la media dell’investimento per l’infanzia e per le famiglie è attorno al 9% e in Italia è la metà, se i fondi per fronteggiare l’esclusione sociale sono in Italia allo 0.7%, contro una media Ue dell’1.9, allora la nostra capacità di inventarci di tutto per sostenere percorsi di prevenzione, educazione e tutela della salute non può essere sufficiente. Abbiamo bisogno delle giuste risorse. E della giusta attenzione da parte della politica”, ha concluso il presidente del Gruppo Abele. 

 

(manuela battista e toni castellano)



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