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Anche ora restiamo accanto a chi non può #restareacasa

10 Mar Anche ora restiamo accanto a chi non può #restareacasa

L’Italia è unita nella fatica. È un momento complesso, difficile per tutti, che ci accomuna. Un momento storico, pieno di parole, in cui si seguono e si susseguono i decreti, si moltiplicano consigli e ordinanze. Ieri, 9 marzo, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha lanciato l’ultima azione, che si chiama #iorestoacasa. In maniera forte viene chiesto ai cittadini di non esporsi e, soprattutto, di non esporre le fasce più vulnerabili della popolazione, quella con problemi di salute, anziani e immunodepressi per cui il Covid-19 avrebbe effetti mortali.

Mentre però si invita tutti a restare tra le mura di casa, non possiamo non pensare, noi che sulla strada operiamo da 55 anni, a chi non può rispondere a questo appello per il fatto che una casa non ce l’ha. Sono le donne e gli uomini senza fissa dimora, che abitano i portici e le vie delle nostre città e dei nostri paesi. Gente più emarginata nell’emarginazione generale, più vulnerabile nella vulnerabilità oggettiva, più precaria nella precarietà globale.

Ecco perché i dormitori, come il nostro in via Pacini, non chiudono. Non chiudono perché non possono chiudere, anche se la preoccupazione tra noi operatori è palpabile. Si rispettano le 10 regole da seguire per ridurre i rischi del contagio ma non vuol dire che non ci sentiamo esposti. Fin dall’inizio del contagio, già prima che evolvesse in epidemia, non abbiamo smesso di lavorare. Presenti ai bisogni vivi delle persone ultime, quelle esposte al mondo esterno sempre, quelle che necessitano almeno di un pezzo di casa e per cui è vitale incontrare operatori che comunichino loro, spaventati come tutti, quali pratiche adottare per tenersi lontane dal coronavirus. Ci chiedono gel disinfettante e sapone di cui ci ha riforniti il Comune di Torino.

Questo è il lavoro in più che stiamo facendo nei dormitori, che si somma a quello ordinario. Silenziosamente, nascosti a ogni esposizione mediatica, dietro ogni macchina da ripresa o macchina fotografica, con addosso mascherine e guanti che ci fanno sembrare tanto degli alieni, stiamo portando avanti un immenso lavoro di informazione, contenimento e prevenzione per la cittadinanza intera.

Come area povertà e inclusione sociale del Gruppo Abele, siamo stati comunque costretti a ridurre il nostro raggio d’azione. Altri servizi li abbiamo sospesi. Per esempio tutte le attività di insegnamento nel centro diurno Drop House sono ferme, come i laboratori mamma-bimbo, i percorsi di psicomotricità. Ovviamente sono tutte attività che sosteniamo con finanziamenti che in queste settimane stiamo inevitabilmente perdendo. La Drop House è invece sempre aperta per le donne del dormitorio che stanno seguendo un percorso di Accompagnamento Sociale e per le donne del Progetto Alfa-FAMI, che non hanno altri punti di riferimento. Il progetto di Educativa di Strada per i ragazzi che abitano i quartieri a rischio di Torino è stato sospeso, e anche qui la perdita in termini sociali ed economici è notevole se non ci verrà riconosciuto il diritto ad accedere a forme di ammortizzazione delle perdite da parte del Governo. Quando sarà passata l’emergenza occorrerà ragionare lucidamente su come ripartire, progettare azioni forti che possano aiutarci a recuperare risorse che per noi sono fondamentali. Le nostre città dovranno tornare a vivere. E noi, anche allora, saremo lì. Ma bisognerà permettercelo.

(patrizia ghiani, coordinatrice area povertà e inclusione sociale)

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