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Casa come diritto, casa come problema

29 Gen Casa come diritto, casa come problema

Abitare i margini, il libro che Giulia Novaro ha scritto per le Edizioni Gruppo Abele, uscito oggi, 29 gennaio 2020, all’alba del secondo decennio del secondo millennio dopo Cristo, si apre a pagina 9 con una sequenza di dati. Prima, solo pagine bianche. 
Come dire che, prima di quei numeri non si deve sapere niente e nel contempo che, dietro quei numeri, si annida una questione che mette in gioco il futuro di uno dei principali diritti sociali: l’abitare.
Quelle cifre raccontano questo: 56mila sentenze di sfratto emesse in Italia nel 2018, 30mila delle quali eseguite con l’uso della forza pubblica; 118mila richieste di esecuzione presentate dagli ufficiali giudiziari; un milione e 700mila famiglie in disagio abitativo per canoni di affitto o mutui troppo alti per il reddito percepito. E la cascata di numeri potrebbe andare avanti, dipingendo il quadro fosco di una società: famiglie affossate dai debiti che perdono casa e vedono vacillare quella che, in Italia, ci hanno insegnato essere la prima delle garanzie, il tetto. 
Tetti che, a volerli, ce ne sarebbero, essendo sette milioni (!) le abitazioni vuote o scarsamente utilizzate.
In Abitare i margini, la Novaro parte da qui, allargando poi il discorso sia alle lotte del passato che alle possibilità politiche del presente. L’abbiamo intervistata, per ragionare con lei delle falle e delle soluzioni possibili.

Ci spiega la parola “margini” e che cosa significa abitarne lo spazio?
Il titolo, Abitare i margini, fa riferimento, in termini estremamente concreti, fisici, alle trasformazioni urbane di Torino negli anni della grande migrazione interna, tra gli anni Sessanta e Settanta (ma un analogo discorso potrebbe essere fatto per molte delle altre grandi città italiane). In particolare si riferisce alla costruzione di grandi complessi, spesso veri e propri quartieri, al confine del tessuto urbano, interventi che si ispiravano al modello del quartiere organico e autosufficiente ma che si rivelano grossi dormitori privi di servizi e spazi pubblici, poco serviti dal trasporto locale, distanti dalla città e spesso dagli stessi luoghi di lavoro. Questi luoghi, che in buona parte non hanno tutt’ora perso queste caratteristiche, penso mostrino una precisa concezione della città e della sua popolazione, in particolare della forza lavoro necessaria alle fabbriche cittadine ed è su tali processi di esclusione, ancora più evidenti in proposte mai realizzate ma ancora più ghettizzanti, come quella della stessa Fiat di costruire villaggi di stanzoni prefabbricati e recintati in contesti semi-agricoli nella prima cintura, che volevo porre l’attenzione.
Allo stesso tempo, per arrivare all’attualità, il termine fa riferimento alla condizione di marginalità in cui si trovano tutti coloro che non possono sostenere i costi dell’abitazione oggi. Soggetti che non riescono a reggere il continuo aumento dei canoni d’affitto, che sono esclusi dal mercato dell’acquisto cui tendono le politiche e la cultura della casa nel nostro Paese o che vi sono entrati, grazie all’accensione di mutui, e ora non riescono a sostenerne le spese.
I dati sugli sfratti, esplosi dopo il 2008 in conseguenza della crisi economica e occupazionale, la quantità di abitazioni annualmente messe all’asta, le interminabili graduatorie per accedere alla casa popolare, le richieste di emergenza abitativa delineano una situazione estremamente problematica, cui fanno da contraltare politiche abitative quasi inesistenti: per restare al caso torinese, a fronte di più di 16mila nuclei in attesa di una casa popolare, le assegnazioni sono tra le 400 e le 700 l’anno.
Proprio a partire da condizioni di marginalità imposte, si possono sviluppare forme di organizzazione, di mutuo sostegno e di abitare atipico come quelle proposte dai movimenti per il diritto alla casa. Percorsi di resistenza agli sfratti e di riappropriazione diretta, con l’occupazione e la riapertura di stabili abbandonati, che, oltre a risolvere direttamente il bisogno della casa, si contrappongono a questi processi di marginalizzazione e provano a rompere le barriere di esclusione determinate dalla mercificazione della casa, decostruendo, almeno in parte, lo stesso modo di vivere l’abitazione, i quartieri e le città.

E quindi tutto questo discorso spiega bene come diritto alla casa e right to buy (diritto di comprare una casa) non sono proprio la stessa cosa…
Sul piano teorico direi che appaiono anzi antitetici: il right to buy presuppone una concezione della casa come merce, come prodotto di consumo, che è diametralmente opposta al diritto ad avere un’abitazione, indipendentemente dalle proprie condizioni economiche.
Sul piano più concreto, seppure la vendita avviene a un prezzo calmierato, il ribasso è definito in relazione al prezzo di mercato, non a una sua reale accessibilità, quindi rimane fuori dalla portata di molti. Sono poi da considerare le conseguenze di tale operazione: la vendita agli assegnatari di una parte consistente del patrimonio pubblico, che in Italia si incrementa a partire dagli anni Novanta, unito al sostanziale disimpegno statale nel settore, all’assenza di investimenti e alla difficoltà a provvedere alla manutenzione del patrimonio rimanente, ha portato ad un numero estremamente ridotto di abitazioni disponibili fuori dal mercato e quindi a una quantità minima di assegnazioni.
Più in generale, l’affermazione della proprietà della casa, perseguita fin dagli anni Cinquanta come fattore di stabilizzazione e pacificazione sociale, ben sintetizzato dal motto della Democrazia Cristiana “non tutti proletari, ma tutti proprietari”, e più recentemente con forme di sostegno e agevolazione all’acquisto, oltre a essere alla base della lunga rimozione del problema della casa dal dibattito pubblico, implica la presenza di un mercato dell’affitto estremamente ridotto, canoni elevati che incidono eccessivamente sui bilanci familiari e che rendono il costo dell’abitazione uno dei fattori determinanti nei processi di impoverimento della popolazione e di consolidamento delle diseguaglianze sociali.

Sostiene, certa propaganda, che le migrazioni, con conseguente aumento demografico, abbiano cambiato, quando non irrimediabilmente sconvolto, le condizioni d’accesso alle case di edilizia popolare. È davvero così?
Sicuramente la condizione abitativa della popolazione migrante è particolarmente critica per diversi motivi, dalle condizioni subalterne nel mercato del lavoro, alla dipendenza da un mercato dell’affitto ridotto e costoso, all’assenza della generazione precedente che nel nostro Paese va sostanzialmente a sopperire al welfare. Il che determina situazioni di sovraffollamento, l’utilizzo di abitazioni non idonee, difficoltà a pagare canoni troppo elevati, l’alto numero di sfratti…
Detto ciò, la possibilità di accedere alle case di edilizia popolare, è determinata in primo luogo dallo scarsissimo numero di assegnazioni e di case che si rendono annualmente disponibili, quindi dal disimpegno statale e dalle politiche degli attori pubblici e non certamente dalla presenza di  ipotetici destinatari di un tetto.
Stando ai dati, pur trovandosi in uno stato di estremo bisogno, la popolazione immigrata più che abitare in alloggi di edilizia pubblica, popola le lunghissime, e sostanzialmente immobili, graduatorie degli enti per la casa. La rappresentazione di tale questione, che va a occultare quello che è il problema centrale cioè l’assenza di politiche per la casa e investimenti nel settore, ha portato a politiche regionali sempre più dirette a limitare l’accesso alla popolazione immigrata, restringendo il più possibile i requisiti sia per la domanda di casa popolare, ad esempio aumentando il numero di anni di residenza richiesti, sia per quel che riguarda l’emergenza abitativa, come l’esclusione per il possesso della partita Iva, spesso utilizzata per assicurarsi la permanenza in Italia in presenza di un mercato di lavoro che garantisce sempre meno occupazioni stabili e continuative e che spesso sfrutta tale manodopera in nero. O ancora la richiesta di documenti che provino l’assenza di proprietà nei Paesi di origine, pretesa che diventa spesso fattore di esclusione per la difficile reperibilità di tali documenti e che va sostanzialmente a negare la stessa scelta migratoria e le sue motivazioni. Tali politiche sono state, penso giustamente, interpretate dai movimenti per il diritto all’abitare, come vere e proprie forme di razzismo istituzionale. A queste si aggiungono le forme discriminatorie rispetto all’accesso alla casa nel mercato privato, ben messe in evidenza da diverse ricerche, alcune delle quali riguardano proprio la città di Torino, che mostrano la tendenza dei proprietari di casa a rifiutare la locazione agli stranieri, il che restringe ulteriormente il mercato, la peggiore qualità degli appartamenti ad essi destinati e la definizione di maggiorazioni del canone su un piano etnico o meglio razziale.

Il terziario, turismo e ristorazione soprattutto, hanno inciso irrimediabilmente sui volti delle città. I centri sono diventati colonie a uso e consumo dei turisti occasionali e gli abitanti vanno spostandosi nelle periferie. Come va letto questo stravolgimento?
Oggi le città devono vendersi e competere fra loro sul mercato globale per attrarre capitali, investimenti, grandi eventi, turisti. Tali processi sono il risultato dell’azione di forze di mercato ma anche delle politiche degli stessi attori pubblici, che si fanno sia promotori sia garanti di tali trasformazioni, tramite operazioni di city-branding, partnership pubblico-private, liberalizzazione delle licenze, vendita del patrimonio pubblico, gestione delle infrastrutture e localizzazione di attività come le Università… fino al ruolo dei piani strategici cittadini nel ridefinire la destinazione e la conformazione delle aree. O ancora l’affermarsi di ordinanze antidegrado, di strumenti come i daspo urbani che puntano a ripulire i centri cittadini.
Nei centri storici cittadini, tali processi, per quanto in continua evoluzione, sono iniziati ormai diversi decenni fa. L’attenzione penso vada posta in particolare al tentativo di proporre trasformazioni simili in altre zone della città, aree considerate degradate, abitate da fasce di popolazione più a basso reddito e che quindi permettono il maggiore incremento possibile della rendita, ma che risultano attrattive per estetica, relazioni, patrimonio culturale, tutti gli aspetti di cui tali processi speculativi si nutrono per trarre valore.
Per arrivare a un caso concreto, si può porre l’attenzione alle trasformazioni che stanno avvenendo in Borgo Dora: da un lato l’apertura del mercato centrale, l’inaugurazione dell’ostello, la nascita di attività commerciali alla moda, e prima ancora, della scuola Holden e degli istituti di design, dall’altro la cacciata della componente più povera (oltre che originaria) del Balon, l’attacco alle forme di economia informale del quartiere, l’insistere sulla necessità di sicurezza, e quindi di maggiori controlli di polizia, e su una retorica che parla di “restituire il quartiere ai cittadini”, ecc. L’aumento esponenziale dei canoni di affitto, l’incremento del numero di sfratti, di appartamenti oggetto di aste giudiziarie, la destinazione degli alloggi a nuove tipologie di affittuari sono sotto gli occhi di tutti; intanto gli abitanti della zona, sgraditi alla nuova vocazione dell’area, si spostano sempre più a nord, verso Aurora, dove già si stanno instaurando i medesimi meccanismi, e quindi verso Barriera. In questo senso, progetti come quello recentemente presentato dall’assessore all’Urbanistica, che prevedono la costruzione di tre stabili di case popolari, per un totale di poco più di 30 alloggi, in buona parte di dimensioni estremamente ridotte, come antidoto alla gentrificazione e come dimostrazione della volontà dell’Amministrazione di creare il giusto mix sociale appaiono semplicemente irrilevanti rispetto a quelle che sono le dimensioni del fenomeno, soprattutto considerando che gli stabili Atc presenti nella zona, in assenza dei fondi per procedere alla bonifica e alle ristrutturazioni, sono stati venduti a uno dei più grandi immobiliaristi di Torino per farne residenze per studenti.

Torino, secondo lei, è una città gentrificata?
Torino è una città di estremi squilibri e contraddizioni. Da un lato le politiche delle diverse amministrazioni si sono concentrate sulla messa a valore di alcune aree, con le conseguenze di cui si parlava in precedenza, dall’altro ampie zone della città, in particolare le aree più periferiche, sono lasciate al proprio destino, spesso prive dei servizi necessari, di investimenti, di politiche sociali adeguate. C’è la Torino che cerca di migliorare il suo brand, attrarre investitori e grandi eventi, ma anche la Torino che è la capitale degli sfratti, uno ogni 241 famiglie nel 2016 e dove, come si diceva in apertura, le assegnazioni di case popolari oscillano tra le 400 e le 700 l’anno, a fronte di più di 16mila nuclei in attesa nelle graduatorie.

 

 

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(piero ferrante)



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