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Che fine ha fatto il lavoro

04 Gen Che fine ha fatto il lavoro

“Occupazione remunerata con un salario talmente modesto che non permette di superare la soglia di povertà”. Quando una locuzione entra tra le voci dell’enciclopedia, va da sé che ne attesti il suo uso corrente. E quel che racconta la Treccani alla voce Lavoro povero, è più di una consuetudine linguistica: è fenomeno sociale. Il lavoro come diritto e ragione fondante dello Stato, è stato smantellato al punto tale da non essere più garanzia delle certezze della vita di una donna o di un uomo.
Effetto di una lunga stagione di deregolamentazione contrattuale, che ha prodotto evidenti atipicità che si traducono nella stortura duplice della quasi completa assenza di sicurezza (in termini di diritto all’incolumità e non solo) da un lato e dello strapotere del datore di lavoro dall’altro.
Politica e partiti si occupano sempre meno di politiche del lavoro e, quando lo fanno, lo fanno cercando di mettere il segno più dinanzi ai numeri che indicano gli occupati, poco importa le condizioni in cui questi lo siano.
La Fondazione Giuseppe Di Vittorio ha da poche settimane pubblicato lo studio Il lavoro tra precarietà, contratti brevi e bassi salari, firmato dall’economista Nicolò Giangrande, che punta a far emergere tutte le contraddizioni che contraddistinguono, oggi, il mercato del lavoro in Italia. Lo abbiamo intervistato.

L’economia riparte: è una delle frasi più ricorrenti per raccontare il post Covid, sempre che ne esista uno. Il Pil sale e, con esso, anche le stime sul lavoro. La ricchezza, ci dicono, mette in moto l’occupazione, la gente torna finalmente occupata, inoccupati e disoccupati tornano nel mondo lavorativo. Ma davvero è così?
“No, non è così. A fronte di una crescita acquisita del Pil che per il 2021 è pari +6,2%, osserviamo un aumento molto contenuto dell’occupazione, sia nella sua dimensione qualitativa che quantitativa. L’incremento occupazionale registrato nel terzo trimestre 2021 rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente è il risultato di un aumento degli occupati dipendenti, di cui tre quarti sono a tempo determinato, e di una diminuzione degli occupati indipendenti. Inoltre, l’occupazione è complessivamente ancora al di sotto dei livelli pre-pandemici ma gli occupati a termine hanno già superato i livelli di febbraio 2020 e sono ormai oltre i 3 milioni. Dall’inizio del 2021 i contratti con una durata compresa tra uno e tre giorni sono cresciuti del 63,4%. Questo significa che l’Italia sta vivendo una fase di forte crescita economica che si sta trasmettendo troppo lentamente sull’occupazione ed è prevalentemente basata sul lavoro precario, contratti brevi e bassi salari”.

Quando si parla di lavoro – e lo abbiamo visto anche intorno al dibattito sul Reddito di cittadinanza – in questi anni si è affermata una retorica (padronale e confindustriale) che colpevolizza chi un lavoro non ce l’ha, puntando poco invece l’accento sul come la deregolamentazione della contrattualistica abbia dato la stura a episodi di normalissimo sfruttamento. Come si torna indietro? O, ancor di più, è possibile farlo?
“La pandemia continua ad alimentare un disagio diffuso nel mondo del lavoro che può essere risolto rimettendo al centro dell’agenda economica la questione occupazionale e salariale. Il malessere avvertito oggi ha, però, radici più profonde che la pandemia ha solo evidenziato in maniera più acuta. Infatti, ben prima della crisi pandemica, nel nostro Paese sono state implementate politiche economiche che hanno provato a far recuperare competitività tramite la moderazione salariale e che hanno determinato una stagnazione salariale di lungo periodo. Sempre prima della pandemia, l’Italia era l’unica tra le principali economie dell’eurozona a non aver ancora recuperato i livelli salariali precedenti alla Grande Crisi del 2008 e il nostro mercato del lavoro era già caratterizzato da una maggiore quota delle qualifiche più basse e da un’incidenza più alta del part-time involontario. A tutto questo bisogna aggiungere l’alto numero di ore lavorate con retribuzioni più basse, un paradosso determinato dalla struttura produttiva del nostro Paese e dai bassi investimenti in innovazione e dalla scarsa capacità tecnologica. Nel frattempo con la pandemia la situazione si è aggravata ed è per questo motivo che è necessario rilanciare fin da subito il tema della piena e buona occupazione e della crescita dei salari. Infatti, un’occupazione stabile e ben retribuita contribuisce a sostenere la domanda interna e incentiva anche le imprese a investire e ad aumentare la produttività”. 

Quali sono le nuove forme dello sfruttamento?
“Le forme di sfruttamento possono essere le più varie. I tirocini per giovani si sono trasformati da opportunità formativa e di inserimento nel mondo lavorativo ad una forma di lavoro vero e proprio, molto spesso poco o non retribuito. Ci sono anche le piattaforme digitali che tramite gli algoritmi gestiscono il lavoro della cosiddetta economia dei lavoretti (gig economy) nella quale i lavoratori più noti, ma non i soli, sono i fattorini che nelle nostre città si spostano in bici per la consegna a domicilio del cibo o di altri prodotti. C’è anche la falsa autonomia di quei lavoratori che sono formalmente autonomi ma che in realtà collaborano stabilmente con un unico datore di lavoro che impone rigidi turni di lavoro e condizioni contrattuali inique. E, infine, c’è anche il reclutamento illegale dei lavoratori più fragili, in particolare migranti, da impiegare come manodopera in agricoltura ed edilizia. Queste sono solo alcune delle forme di sfruttamento che a volte possono tradursi anche in schiavitù. Si tratta di un fenomeno che va contrastato, da un lato, ampliando e garantendo diritti e tutele previsti dalla contrattazione collettiva e, dall’altro, impedendo che il profitto venga prima della dignità umana, della salute e della sicurezza dei lavoratori”.

Arrotondiamo: sono un migliaio le donne e gli uomini che, in questo 2021 sono morte e morti lavorando. Si parla tanto di controlli, di commissioni, di verifiche: si propone, ci si confronta, ci si divide. Ma basta poco perché la morte bianca da caso di cronaca finisca direttamente alla sezione dimenticatoio. Finita l’emotività finisce l’emergenza. Non è anche questo, quello degli incidenti sul lavoro, un caso eclatante di posti di lavoro sempre più fragili?
“Dinanzi a un aumento delle richieste di opere superiore alla capacità di realizzarle, le imprese tendono a ricorrere a tempi e modalità di lavoro, talvolta anche a cottimo, che mettono a rischio la salute e la sicurezza dei lavoratori. Non è accettabile in nessun caso che la necessità di utilizzare rapidamente i bonus fiscali e i contributi pubblici sia scaricata sui lavoratori, molti dei quali stanno pagando con la propria vita questa ripresa economica. I dati ufficiali dell’INAIL certificano come nei primi undici mesi del 2021 ci siano state 1.116 denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale mentre l’Osservatorio indipendente morti sul lavoro ne ha contati 1.404 per tutto l’anno. Per evitare le morti sul lavoro è necessario dare priorità alla qualità del lavoro e alla vita dei lavoratori, applicando i contratti collettivi nazionali di lavoro che garantiscono salari più alti, formazione obbligatoria e più sicurezza, e aumentando le ispezioni e inasprendo le sanzioni per chi non rispetta le regole”.

 

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(piero ferrante)

 



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