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Dove vanno le comunità terapeutiche?

25 Lug Dove vanno le comunità terapeutiche?

Dove vanno le comunità? Quale futuro si prefigura? Un primo dato appare consolidato: nate fuori dal sistema di welfare e in contrapposizione allo stesso e alle sue carenze, poi accreditate e convenzionate, oggi le comunità terapeutiche ne fanno pienamente parte. Costituiscono infatti un significativo nodo della rete del sistema dei servizi per le dipendenze e sono del tutto inserite nel percorso di continuità terapeutica che il lungo trattamento per le dipendenze richiede. Il rapporto tra le comunità e l’insieme dei servizi territoriali (non solo il Serd) è costante: prima, durante e dopo l’inserimento in struttura. Il futuro delle comunità è già in parte disegnato nell’evoluzione del presente, per cui allo stato attuale possiamo prevedere alcuni scenari: lo sviluppo di una residenzialità di accompagnamento per persone tossicodipendenti invecchiate – più o meno precocemente – e caratterizzata da una maggiore impronta assistenziale; l’ampliamento del campo delle comunità specialistiche (per utenza omogenea) o di service (per funzione svolta e fase a cui è dedicata; il perdurare della comunità terapeutica tradizionale, che, per quanto ridefinita e ridimensionata nella sua rilevanza quantitativa, non è affatto destinata a giocare un ruolo unicamente residuale.

(…) Nel futuro l’attenzione principale deve essere ancora dedicata al sistema dei trattamenti e di riabilitazione nel suo complesso. Le interazioni e le comunicazioni all’interno del sistema garantiscono maggiore qualità e maggior controllo dei rischi, sia per le persone inserite che per la struttura. Le comunità sono sempre in bilico, a cavallo di un crinale sottile tra strumento di liberazione ed emancipazione da una dipendenza e la tentazione autoritaria dell’istituzione totale. La difesa e la garanzia dei diritti degli utenti, la trasparenza in tutti i sensi delle strutture, insieme alla volontarietà dell’accesso, costituiscono pratiche irrinunciabili, su cui è necessario esercitare continuamente un’attenzione e affinare la sensibilità culturale. La volontarietà dell’accesso non è bypassabile con i Tso, per i quali sono previsti procedure e luoghi adeguati.

Le comunità terapeutiche, come del resto anche i trattamenti chimico-farmacologici, sono anche strumento di controllo sociale. La società nel suo insieme beneficia dei trattamenti in comunità in termini di maggiore sicurezza sociale e sanitaria. Tuttavia la funzione securitaria e di controllo sociale non assume una valenza repressiva, in quanto il trattamento è subordinato alla volontarietà della persona e l’assenso è revocabile in qualsiasi momento. Le comunità terapeutiche rappresentano quindi una forma leggera di controllo sociale che mira al reinserimento della persona nel contesto più ampio della comunità locale, con il pieno coinvolgimento delle sue energie fisiche e psichiche. Il sistema di cura delle dipendenze si colloca all’interno ed è parte integrante di un sistema di welfare. L’attenzione alla persona e il rispetto dei suoi diritti, la gratuità del trattamento, la scelta della cura e dei curanti, la pratica del consenso informato, la tutela delle altre persone che potrebbero essere danneggiate dai comportamenti di chi abusa e dipende dalle sostanze psicoattive costituiscono un bene comune che va difeso e consolidato.

La cura non è tale se non riesce nell’obiettivo del reinserimento sociale e lavorativo, che sancisce il conseguimento dell’autonomia personale e consente l’accesso a contesti e ambienti inclusivi. Le risorse sociali, a integrazione delle risorse sanitarie, risultano altrettanto indispensabili per conseguire gli obiettivi del pieno inserimento e di stabilizzazione sul lungo periodo dello stato di remissione del consumo, soprattutto per coloro che sono rimasti più danneggiati dall’esperienza della dipendenza e dalle malattie a essa correlate. Nelle comunità terapeutiche, per quanto ridefinite e in via di continua ridefinizione, l’integrazione tra gli aspetti clinici e quelli pedagogici rimane un aspetto saliente e imprescindibile nella metodologia di lavoro. Pensare di poter azzerare uno dei due poli, invece di continuare a ricercare, di volta in volta e per ogni utente, l’equilibrio possibile, significa ricondurre la comunità terapeutica o a casa di cura o a caserma-collegio, riducendone in ogni caso, e di gran lunga, le potenzialità di trattamento.

(maurizio coletti e leopoldo grosso. Questo pezzo è uno stralcio delle conclusioni dei due autori alla nuova edizione del libro La comunità terapeutica, appena pubblicata dalle Edizioni Gruppo Abele. Lo pubblichiamo per concessione dell’editore stesso)



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