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Emergenza abitativa: la casa è un bene comune?

10 Gen Emergenza abitativa: la casa è un bene comune?

Nei giorni scorsi sono apparsi, su alcune testate nazionali sensibili al tema – Il Manifesto e Avvenire – articoli sulla drammatica fine del blocco degli sfratti. Conosciamo cosa significhi per migliaia di persone la fine di questa misura. Non parliamo solamente delle grandi città dove il tema dell’abitare da decenni non trova adeguate proposte e soluzioni sul piano sociale e politico, ma anche nei centri minori, nelle città della provincia italiana, dove la questione dell’esecuzione di sfratti può portare a situazioni drammatiche di difficile soluzione.

Va detto con franchezza che di soluzioni strutturali non se ne vedono all’orizzonte, neanche nel mitizzato Pnrr che si occupa del tema promuovendo un salvifico housing sociale e rigenerazione delle città. Molto fumo, a una lettura dei fenomeni e dei rivoli economici e sociali che generano questa emergenza. 

Come Gruppo Migrazioni del Cnca abbiamo iniziato una riflessione sul tema che si è avviata durante la prima fase della pandemia per culminare a dicembre in un seminario tematico a Foggia. Ironicamente abbiamo chiamato questo percorso Home sweet Home. Abbiamo incontrato tanti e diversi interlocutori: operatori sociali, sindacalisti, ricercatori sociali, attivisti delle lotte per la casa, anche un fotografo. Questo perché, quando si parla di casa, serve intrecciare più sguardi, coniugare le esigenze e le prospettive: combinare registri insomma. E i tre registri fusi a Foggia sono stati quello delle politiche pubbliche, quello culturale e quello delle esperienze. Non abbiamo parlato solo dei migranti che non trovano casa, ma abbiamo provato a costruire trasversalità nel pensiero e cercarle nelle prassi di cui siamo venuti a conoscenza dentro e fuori la nostra organizzazione.

Cosa abbiamo raccolto e cosa possiamo dire? Tantissime sono le esperienze in questo Paese che da vari punti di vista e di approccio si stanno mobilitando per rispondere al tema dell’abitare. Al centro, in ogni esperienza, abbiamo trovato il forte legame con il territorio, l’attivazione di reti informali che si aggiungono a quelle formali. Nulla a che vedere con la soluzione strutturale, ma sicuramente energia positiva sulla quale far leva. La cura delle comunità da parte degli attivisti e degli operatori del Terzo settore ha un ruolo strategico nella soluzione dei tanti percorsi individuali di persone migranti e non solo.

Il tema dell’abitare è trasversale e approcciarlo solo da un lato rischia di vanificare gli sforzi. Esso riguarda oggi una fascia ampia di cittadini differentemente vulnerabili, ma con lo stesso problema. 

Tutti ci hanno parlato dell’assenza di una politica pubblica generale. Non solo mancano abitazioni pubbliche, come viene denunciato da anni, ma anche le poche politiche attuate non hanno che favorito un processo di finanziarizzazione della casa. In Italia conviviamo da decenni con una visione economicista della casa che è, in prima istanza, un investimento per il futuro più che la forma di un bisogno. Questo profilo consegna a questo bene la sua impossibilità di farsi comune, rimanendo uno spazio di scambio economico più che di soddisfazione di una necessità primaria: processo che ha generato e cristallizzato atteggiamenti socio-culturali rispetto al tema casa, in alto, ma anche nella classe media del nostro Paese frustrata dalla crisi economica degli ultimi.

Ritornare quindi a un lavoro politico e culturale che rimetta al centro l’abitare come spazio pubblico e sociale condiviso può essere una traccia di lavoro dei prossimi tempi. La stessa riconversione e rigenerazione del patrimonio abitativo, l’immissione di nuove proposte di housing sociale (magari libere dagli investimenti dei fondi immobiliari), non possono che partire da una visione ecologica e sociale che liberi la casa e le politiche dell’abitare dal ruolo che hanno svolto fino a oggi.  Dovremmo quindi pensare alla transitorietà, come transitorio e mutevole è spesso il bisogno di una abitazione, e quindi anche dentro una circolarità del bene che non consuma unicamente energia, ma la restituisce e la reinveste socialmente.

Riteniamo che provando a intervenire su più livelli e costruendo un’alleanza tra diversi sul tema abitare si possa provare a salire la china e imporre una nuova agenda politica. Intrecciare, meticciare esperienze sociali dal basso, lotte di resistenza nelle città metropolitane, le analisi avanzate da tanti studiosi sensibili e attivi, i sindacati, ma anche  il protagonismo dei piccoli proprietari non discriminanti e degli inquilini sia la cosa su cui provare a investire per costruire una piattaforma fatta di proposte agibili e di percorsi condivisi.

 

(stefano trovato, esecutivo nazionale Cnca)



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