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Giovani, ora facciamoci provocare da loro

16 Mar Giovani, ora facciamoci provocare da loro

Da poche settimane, con il diminuire dei contagi, hanno raggiunto una nuova quotidianità, forse la più stabile da quando ha avuto inizio la pandemia. Giovani e adolescenti stanno tornando a frequentare le scuole, le attività sportive, quelle ludiche. Tornano a incontrarsi.
Forse questo è il momento in cui cominceranno il percorso di comprensione di ciò che è capitato loro durante questi ultimi due anni. Di ciò a cui hanno dovuto rinunciare.
Abbiamo chiesto allo psicoterapeuta Alberto Rossetti, a seguito di una serata di discussione con un gruppo di famiglie in merito al suo recente saggio Le persone non nascono tutte uguali. Perché manga e serie tv contribuiscono a definire l’identità dell’adolescente, come stanno affrontando il presente i ragazzi.

Durante la pandemia la vita degli adolescenti li ha messi in discussione in un periodo in cui in discussione si è per definizione. In particolare vacilla la loro fiducia nel futuro. Come stanno i ragazzi oggi e quali sono le ripercussioni su di loro?
“C’è stata e c’è ancora una grossa fatica a riprendere una quotidianità simile a quella pre-pandemia, soprattutto nella dimensione relazionale e scolastica. Osserviamo che per gli adolescenti avere momenti di socialità e curare le proprie relazioni non è ancora facile; così come non lo è gestire lo stress della scuola. Per gli adolescenti è un momento di insicurezza e ricerca di una nuova stabilità. Ansia e stress, inoltre, sono state rinvigorite dalla guerra in Ucraina che purtroppo stiamo vivendo”.

Stare tanto tempo in casa ha permesso ai ragazzi di usufruire di più di prodotti da intrattenimento come manga, serie tv e videogiochi. Altre generazioni hanno avuto diversi romanzi di formazione. Qual è l’effetto che questa generazione trae da questa particolare influenza culturale?
“La differenza tra oggi e ieri sta nella quantità più che nell’effetto che questi contenuti hanno sulle vite di chi li legge o li guarda. Oggi ci sono molti prodotti, in più formati, e sono soprattutto più accessibili. Ma il risultato non cambia: vengono forniti strumenti di lettura e comprensione del mondo e delle problematiche della quotidianità. Le storie che troviamo nei manga o nelle serie televisive, infatti, non anticipano le situazioni o le esperienze che i ragazzi vivono, ma permettono di ritrovarle consentendo così ai ragazzi e alle ragazze di avere nuove chiavi di lettura per interpretare il loro presente. Dal mio punto di vista anche i manga e le serie tv aiutano i ragazzi e le ragazze a trovare la propria singolarità.
Volendo fare un paragone con i social network, che sono l’altro grande strumento di questa generazione, possiamo notare quanto essendo più veloci e pervasivi rischiano di falsare con più facilità la percezione della realtà. Alla fine un manga è un racconto che sta all’interno di una dimensione narrativa, con un ritmo che è quello della lettura. Stesso discorso per la serie tv, che ha un suo ritmo, una sua grammatica e può essere anche piuttosto lunga e impegnativa. Sono prodotti culturali che si sviluppano all’interno di determinate cornici. Il social network, invece, non ha cornici narrative così definite e risulta quindi più difficile capire dove si colloca il limite che separa la finzione dalla realtà”.

Durante questi ultimi anni abbiamo assistito a diversi episodi, alcuni preoccupanti altri decisamente no,  con protagonisti gli adolescenti: dalle violente risse programmate sui social alle manifestazioni per l’ambiente o contro la Dad. Secondo te c’è un legame con i vincoli che i ragazzi hanno avuto durante questa pandemia?
“La pandemia ha certamente amplificato le tensioni sociali e quindi il divario di povertà economica e culturale delle famiglie. Prendiamo per esempio il fenomeno delle baby gang. Sembrerebbe il segno di una mancanza di identificazioni positive da parte dei ragazzi e del bisogno di creare delle strutture in cui affermarsi e trovare il proprio posto. Stesso discorso, mi pare, per le risse programmate: c’è un’organizzazione, dei messaggi sui vari social, gli spettatori, sono il segnale della volontà di affermarsi all’interno dell’ambiente in un momento storico in cui vengono sempre meno i punti di stabilità a cui potersi ancorare.
Adesso, con la guerra alle porte di casa nostra, i media hanno quasi cancellato nel giro di pochi giorni tutti i problemi che la pandemia ha generato. Ma la società, noi tutti, siamo ancora feriti. La rimozione è stata molto rapida. Nei giovani adulti si genera la paura su cosa sarà del nostro futuro, mentre negli adolescenti questa la paura viene concretizzata, per esempio, rinunciando a studiare, organizzando risse e dando vita a eccessi.
Ci sono però dei segnali positivi. Prendiamo le occupazioni degli istituti scolastici delle ultime settimane. I ragazzi hanno occupato per Lorenzo Parelli, il ragazzo morto a Udine in fabbrica durante il tirocinio di alternanza scuola lavoro, ma volevano urlare a tutti noi che il mondo scolastico così com’è, dopo due anni di pandemia, non funziona: c’è bisogno di una scuola differente. Per me queste espressioni sono un segnale positivo di voglia di cambiamento. La positività sta nel fatto che i ragazzi riescono a sentire la necessità di una mutazione sociale e riescono anche a indicarcela. E non solo per quel che riguarda loro molto da vicino, come la scuola, ma anche per altro. Penso ad esempio agli scioperi globali per l’ambiente, alle proteste per un insegnamento di qualità, alle manifestazioni contro la guerra: sono esempi concreti dell’agitazione giovanile.
Dobbiamo seguirli, prendere spunto da loro. Farci provocare. Il mondo degli adulti, diciamocelo, ha fallito e perso di credibilità. Bisogna allora guardare in faccia la realtà e cambiarla insieme a loro”.

 

(toni castellano)



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