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“A piedi nudi nel cemento”: cronaca dall’Italia che rinuncia alle aree verdi

30 Set “A piedi nudi nel cemento”: cronaca dall’Italia che rinuncia alle aree verdi

A piedi nudi nel cemento. Se l’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ha scelto di titolare così, apocalitticamente, il suo nuovo rapporto sul consumo di suolo in Italia, non è affatto per scena. O per clamore mediatico. Non basta più sbattere i piatti e poi girare altrove la testa. Di fronte all’incrocio di dati e analisi, la parola allarme sembra ancora poco. Il nostro Paese è corroso dal cemento: come in quel videogioco di qualche decennio fa, il nostro territorio, specie quello limitrofo alle città, ha alle calcagna un mostro famelico.

Lo dice così l’Ispra, nelle parole che aprono il rapporto: “Il consumo di suolo in Italia continua a crescere. Le nuove coperture artificiali nel 2018 hanno riguardato altri 51 chilometri quadrati di territorio, ovvero, in media, circa 14 ettari al giorno. Una velocità di trasformazione in linea con quella registrata nel 2017 e che riguarda poco meno di 2 metri quadrati di suolo che, nell’ultimo anno, sono stati irreversibilmente persi ogni secondo”. L’ultima di queste constatazioni è forse quella che restituisce meglio lo stato d’emergenza. Il verde è assediato. Il cemento avanza. Si costruisce, si spiana ovunque. Nel nome e sotto i vessilli del diritto alla casa o della ripartenza dei mercati, intere periferie (più dei centri urbani), stanno cadendo sotto i colpi di maglio dell’edilizia. Se non fosse un dato drammatico ci sarebbe da ridere, perché ciò accade in un Paese che si spopola (ogni italiano ha in carico 380 m2 di superfici occupate da cementi, asfalto e materiali artificiali) e in crisi economica da più di 10 anni. Nel 2018, così, va a finire che Roma ha cancellato 57 ettari aree verdi su 75 di consumo totale, Milano addirittura 11 ettari su 11.5 di consumo e la sola grande città in controtendenza è stata Torino che ha recuperato 7 ettari di suolo.

L’avanzata del cemento pesa anche sul clima, avendo un effetto diretto sull’innalzamento delle temperature. Stando all’Ispra, “dalla maggiore presenza di superfici artificiali a scapito del verde urbano, infatti, deriva anche un aumento in intensità del fenomeno delle isole di calore”. Il che si traduce, detta in breve, in una differenza di temperatura estiva tra aree urbane e aree rurali nell’ordine dei due gradi nei centri maggiori.

Non solo città. Il consumo di suolo “non necessariamente abusivo” cresce anche nelle aree protette (+108 ettari), in quelle con vincoli paesaggistici (+1074 ettari), in quelle a pericolosità idraulica media (+673 ettari) e da frana (+350 ettari). Per non dire del segno più inquietante riferito alle zone sismiche: +1803 ettari. Negli ultimi sei anni, in più, l’Italia ha perso anche superfici produttive capaci di produrre tre milioni di quintali di prodotti agricoli e ventimila di legname, nonché di stoccare due milioni di tonnellate di carbonio e l’infiltrazione di oltre 250 milioni di metri cubi d’acqua piovana “che ora, scorrendo in superficie, non sono più disponibili per la ricarica delle falde aggravando la pericolosità idraulica dei nostri territori”. Un salasso ecosistemico che è anche economico, che costa all’Italia tra i 2 e i 3 miliardi di euro all’anno.
Un altro motivo, se fosse ancora necessario rintracciarne altri, per ripensare le politiche ambientali. In fretta.

 

Scarica il rapporto

 

(piero ferrante)



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