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Il freddo parla la stessa lingua per tutti. Ecco come aiutiamo chi non ha una casa

20 Gen Il freddo parla la stessa lingua per tutti. Ecco come aiutiamo chi non ha una casa

Sono le nove di mattina di un lunedì di gennaio freddissimo. Nello spiazzo della struttura che ospita il Drop in, centro del Gruppo Abele nel quartiere di Barriera di Milano per la distribuzione di beni di prima necessità alle persone senza fissa dimora, il sole tarda a comparire. Siamo come in una conca. Intorno, c’è una corona di palazzoni altissimi che giocano il ruolo delle montagne, allungano i tempi della comparsa del sole e le ore della notte. A terra, il ghiaccio è compatto.

Brahim arriva intirizzito, provando a riscaldare con il fiato le mani messe a pugno davanti alla bocca. Il cappotto è aperto, maledice la zip che, dice, è saltata proprio l’altra notte: non ha retto allo strato di felpe e maglie di lana con cui ha provato a vincere l’addiaccio. Passa di fianco a un gruppo di nostri operatori che ha appena finito di tirare su la tensostruttura coperta che ospiterà, dalla prossima settimana, il servizio di Drop in. Per oggi però, Brahim tira ancora dritto e si mette in fila per ritirare il buono per una doccia calda e la colazione caffè-biscotti che, per precauzioni contro il Covid, dovrà consumare all’aperto.
Giovanna viene da un paese della prima cintura, è arrivata qui con due autobus presi di prima mattina. Un’ora e passa di tragitto, ma ci tiene a venire proprio qui. Chiede di ricaricare il cellulare, prende il suo talloncino per la doccia e domanda latte ma che sia “caldissimo”. Ha la borsa quasi a brandelli e fatica a tenere tutto dentro. Liz, operatrice del Gruppo Abele, la prende in disparte e le consegna uno zaino nuovo con dentro una felpa con cappuccio, calze pesanti, maglie tecniche, un paio di scarpe nuove, da trekking. Appena dopo Giovanna, nell’ufficio di Liz entra anche Pino, che le chiede un sacco a pelo per la notte: acquistare tutto questo materiale, che viene distribuito alla bisogna, è stato possibile grazie a una donazione della Fondazione Lavazza. La stessa che ha reso possibile anche l’acquisto della tensostruttura che permetterà alle persone di poter avere un posto più caldo dove sostare.

Affacciato sullo stesso cortile, ma qualche decina di metri più in là, il dormitorio femminile freme di attività. Dopo la notte e la colazione, le ospiti stanno sanificando le stanze, pulendo gli spazi comuni e si preparano per la giornata che verrà. In questi giorni sono decine le richieste che arrivano alle operatrici: Maria, che fa il turno della mattina, risponde al telefono incessantemente. C’è tanto bisogno di luoghi riparati, le richieste sono molte ma purtroppo le strutture della città non sempre bastano. Per questo esiste una rete, sostenuta dal Comune, che prova, nello scambio e nell’interlocuzione, a trovare una sistemazione per tutti.
Martine, arrivata da un paese dell’Africa Sub Sahariana un paio di anni fa, e che in Italia sperava di trovare lavoro, casa e serenità, ha incontrato il Gruppo Abele appena prima del Covid. Con la pandemia, il dormitorio è diventato h24 e allora per lei la vita è tutta qui, in questi spazi che se è vero che sono provvisori, fungono da protezione contro pericoli e paure. “Mi sento salvata. Per strada sarei morta con tutto questo freddo che fa a Torino”.

Perché il freddo parla una lingua uguale per tutti, una lingua spietata di sofferenza e rischio per chi lo vive senza una rete di protezione. Per questo, da oltre 55 anni al Gruppo Abele proviamo a dare risposte immediate a tutte le donne e agli uomini che un tetto sulla testo non ce l’hanno garantito.

 

Il Drop in del Gruppo Abele

La Casa di Ospitalità di via Pacini

 

Dona e riscalda l'inverno di chi non ha una casa

 

(piero ferrante)



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