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La Memoria, intrappolata alle frontiere

26 Gen La Memoria, intrappolata alle frontiere

carlo greppi

Il 27 gennaio, dalla medesima data del 1945 in cui l’Armata rossa aprì i cancelli di Auschwitz, è la Giornata della Memoria per le vittime dell’Olocausto.
Istituzionalizzata in Italia nel 2000, prevede per legge l’organizzazione di “cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere” (articoli 1 e 2 della legge n. 211 del 20 luglio 2000).
L’edizione del 2018 trova tuttavia, in Italia e in Europa, un clima quantomeno ambiguo. Accalorato da comparse sempre più frequenti sulla scena pubblica di gruppi neofascisti, con il solito corredo di metodi e linguaggi squadristi violenti.
Se si tratti solo di un rigurgito o di una scalata verso il potere, lo abbiamo chiesto a un giovane storico, autore di alcuni saggi e romanzi che spiegano la Shoah in concomitanza a temi attualissimi, come quello dei flussi migratori: Carlo Greppi.

Hai appena pubblicato “Bruciare la frontiera” (Feltrinelli), un libro che racconta come degli adolescenti fronteggino oggi temi come la Shoah, le persecuzioni razziali, lo sterminio, con un parallelismo al fenomeno attualissimo dei flussi migratori, geograficamente ricalcante le stesse rotte. Quanto consideri importante il “Dovere della Memoria”?
Credo che sia fondamentale, se c’è passione, se c’è sostanza, se c’è qualcosa da dire.
Siamo sempre disposti a farci degli sconti sul presente: prendendo l’esempio delle rotte migratorie di oggi, con eventi spesso tragici, fa impressione notare come ricalchino gli stessi passi, gli stessi sentieri e muoiano negli stessi posti  i profughi di oggi e gli ebrei in fuga dal nazismo negli anni ‘30 e ’40, e poi gli italiani che passavano clandestinamente in Francia negli anni ‘50.
Credo che oggi sia un po’ abusata l’espressione “Dovere della memoria” e che sia vagamente intimidatoria, come dice – a ragione – la semiologa Valentina Pisanty. Tuttavia rimango dell’idea che sia essenziale far riverberare il passato purché ci insegni qualcosa oggi.

Manifestazioni sempre più numerose di fascismi, razzismi e tendenze xenofobe si susseguono in questi tempi recenti.
Di cosa è frutto questa riapparizione? Ha qualcosa a che fare con la scarsa energia con cui ci dedichiamo al fare memoria?
In parte sì. Ma credo che i fattori siano numerosi.
Probabilmente riguarda anche la scarsa convinzione che in questi 17 anni di celebrazioni della Giornata della Memoria si è accumulata.
Un’altra componente che genera queste pulsioni, soprattutto nel caso dei più giovani, è quella antisistema. A monte c’è una motivazione anche forte di fare politica, nel senso nobile della parola, di impegnarsi nel proprio tempo. Motivazione che viene pilotata da cattivi maestri.
In questa fase più recente di emersione dei neofascismi, si sentono delle parole chiave che non sono quelle pre-sterminazioniste. La terminologia in uso presso questi gruppi xenofobi è quella che appare quando ormai la palla di neve è diventata una valanga, ossia quando la società ha già virato verso soluzioni violente, che non dovrebbe mai raggiungere.
Altro fattore che temo è che ci sia anche una sorta di superiorità che il mondo della cultura esibisce nei confronti di queste pulsioni che non fa bene ai contenuti che andrebbero veicolati. Con questi ragazzi bisogna parlare, prima che sia troppo tardi. A me capita di incontrare ragazzi che sono sulla “cattiva strada”, se posso permettermi questa espressione, e trovo importante da parte del mondo adulto lo sforzo di far capire loro che le parole che usano e il passato cui si ispirano hanno un prezzo sanguinosissimo e dolorosissimo.
Dovremmo anche solo chiedere loro, guardandoli negli occhi: “tu cosa sei disposto a fare per far sì che il mondo che tu credi giusto si realizzi?”. Credo che metterli di fronte alle conseguenze delle loro parole sia educativo.

 “Il problema non sono loro, il problema è l’immigrazione” è la frase con cui numerosi leader di destra assolvono tali manifestazioni razziste. Dunque, qual è il “problema” ?
Ti rispondo citando Daniele, un militante della Rete Briser les frontières in alta Val di Susa, perché secondo me è convincente: “Il problema sono le frontiere”. Sono semplicemente le frontiere, che mettono “fuorilegge” una fetta dell’umanità, dando a un’altra fetta la giustificazione ad additarli come “illegali”. Frontiere che vanificano i tentativi di passaggio. Che mettono a rischio gli equilibri sociali dei Paesi che potrebbero essere semplicemente di transito, come l’Italia, che poi si rivelano trappole da cui l’unica maniera per tentare di uscire è provare vie molto pericolose. Frontiere che umiliano, frontiere che uccidono.
Forse rimarrà un sogno l’abolizione delle frontiere, seppur un sogno redditizio come ha descritto l’Economist, stimando che un mondo con la libertà di movimento sarebbe un mondo molto più ricco.
E uso questa provocazione, economicamente pragmatica, per chiedere se davvero quello che immaginavano i nostri antenati, quello che è stato per troppo poco tempo Schengen, un’Europa e poi un mondo con la libertà di movimento, sia davvero impossibile.

E per quel che riguarda l’educazione alla Memoria?
Nel giro di meno di un anno per fare notizia sui giornali si è dovuti passare da neofascismo a neonazismo. Il neofascismo non fa più notizia, non garantisce nemmeno più un titolo. Storicamente fascismo e nazismo sono stati fedelissimi alleati ma nel senso comune il termine nazismo spaventa di più. Il fatto che questo Paese si sia assuefatto in 8 o 9 mesi alla presenza del neofascismo nelle proprie strade è veramente preoccupante.
Le nuove generazioni considerano spesso il fascismo preistoria, un’iconografia scivolata definitivamente nel secolo scorso. Tra poco arriveremo al centenario della fondazione dei Fasci di combattimento: sono eventi davvero lontani. Per i giovani il fascismo è quello di cui sentono raccontare nelle loro città da queste nuove formazioni, che eviterei di nominare per non dare loro ulteriore visibilità. Oggi il fascismo è diventato un mix di fake news e di idealizzazione di un passato mitico: una sorta di passepartout che possa risolvere i loro problemi e che invece non farebbe che peggiorare la situazione, che farci scivolare in un baratro.
Il rischio di dimenticare la tragedia immane della Shoah è un rischio complementare a questo, credo. A seguito dell’istituzione della Giornata della Memoria c’è stata una continua sovraesposizione, un ritorno forzato a quel segmento della nostra storia che fa credere ai ragazzi, incolpevolmente, di sapere tutto su quel processo storico. In realtà ne hanno una conoscenza abbastanza superficiale quando arrivano alle superiori, ed è naturale che sia così. Per cui secondo me il risultato è spesso una banalizzazione del tema, banalizzazione che poteva essere prevista e che favorisce le pulsioni di cui abbiamo parlato. Credo necessario che il mondo adulto ridia senso a questo tratto della nostra storia cercando di trovare legami con l’attualità. Penso a un esempio molto specifico come la Conferenza di Evian, che nel luglio del 1938 si riunisce per trovare una soluzione al problema dei rifugiati dell’epoca, ovvero gli ebrei in fuga dalle persecuzioni. La Shoah inizierà tre anni più tardi, ma il fatto che la Conferenza si risolse in un nulla di fatto è determinante per quello che succederà in seguito. Non so se sono il solo a sentire delle rime con l’attuale stallo europeo nel prendere e rispettare una decisione sull’accoglienza e redistribuzione dei profughi. Probabilmente no. Studiare questo caso in profondità ci può dire molto su come noi ci rapportiamo alle emergenze del nostro tempo.

“Quei segni di silenzio e di assenza ti diranno quanto male può provocare l’uomo, quando accetta che i diritti di un altro siano inferiori ai suoi”. È una frase che sta su una targa nel piazzale di Borgo San Dalmazzo, piccolo paese del cuneese dove nel novembre del 1943, 329 ebrei in fuga dalla Francia furono catturati e inviati ad Auschwitz, e che tu citi nel libro. Ritieni che silenzio e assenza stiano tornando?
Se si prosegue in questa direzione temo perfino di peggio. È in atto oggi una denigrazione costante di alcuni dei valori che ritenevamo fondanti della nostra democrazia e del nostro stare insieme ad opera di questi gruppuscoli di estrema destra. Che ogni giorno guadagnano consenso e spazio a scapito di una classe politica che questi valori dovrebbe difendere. Quindi il rischio è che il silenzio apra le porte all’oblio. E questo rischio aumenta con il passare del tempo. Perché le storie di chi ha vissuto la Shoah non sono più quasi collegabili con le storie familiari e scivolano in un passato sempre più mitico di cui si può dire quel che si vuole ed è difficile che nello spazio pubblico le opinioni che hanno un valore riescano a farsi sentire nel caos generale in cui vale tutto. L’antidoto è il lavoro. Quello svolto incontrando i ragazzi, confrontandosi con loro senza sottostimarli come spesso capita. Ricordando che aprendo le loro menti possiamo scongiurare questo rischio. La passione, la costruzione di reti, questi sono altri antidoti in cui credo fortemente: un po’ quel che stiamo facendo anche ora.

(toni castellano)

 



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