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La questione droga e il ‘Governo del cambiamento’

03 Ott La questione droga e il ‘Governo del cambiamento’

Si pensava che la questione droga, essendo rimasta fuori dal contratto di governo Lega-Cinque Stelle, non avrebbe segnato alcuna discontinuità da come era stata trattata dalle politiche precedenti: terreno di non belligeranza, di assoluta indifferenza istituzionale, problematica di secondo piano rispetto a temi percepiti come prioritari: i migranti, l’ordine pubblico e la sicurezza, la povertà e il reddito di cittadinanza, la riforma della legge Fornero, le tasse. Ci si preparava, in quanto operatori, associazioni o consumatori a un lungo sonno e a come cercare di risvegliare l’attenzione intorno a una problematica che di nuovo sta riempiendo le carceri, che ha registrato l’aumento delle overdosi, che non ha fermato la trasmissione delle malattie infettive, che presenta nuovi e molteplici aspetti da affrontare col mutare dell’offerta sul mercato illegale da parte del narcotraffico e col cambiamento della propensione e degli stili di consumo sul lato della domanda.

Invece la sorpresa: il 26 giugno, giornata tradizionalmente legata alla problematica della droga e data di scadenza per la trasmissione al Parlamento della Relazione annuale sullo stato dei consumi e le dipendenze, è giunta la notizia che il Governo del Cambiamento nominava come referente politico del Dipartimento Politiche Antidroga, latitante da più di sette anni per il compromesso sul nulla di fatto tra centro sinistra e centrodestra, Lorenzo Fontana. Amico personale di Salvini, già parlamentare europeo al suo fianco, e subito distintosi come ministro per la Famiglia per le sue posizioni omofobe, non perde tempo a far conoscere il suo pensiero rilasciando le sue prime e immediate dichiarazioni: “Tolleranza zero” e “lavori forzati”, successivamente corretti in “socialmente utili”, per i consumatori.

Al cospetto di un mondo  che sta rivedendo le politiche sulle sostanze psicoattive, avendo finalmente preso atto del fallimento della guerra alla droga , si scopre che, pur fuori dal contratto, la questione droga (non meno di altre), è non solo a traino leghista, ma viene trattata come ulteriore filone aurifero di consenso elettorale cavalcando i temi della paura, dell’esagerazione e del moralismo, asfaltando ogni complessità del fenomeno, individuando nemici a destra e a manca, mirando non tanto sul narcotraffico, ma sui consumatori e sui piccoli spacciatori. Da qui alla criminalizzazione (non differentemente da quanto è successo per le Ong che operano in mare per salvare i migranti) dei servizi e degli operatori che con buon senso in molte situazioni difficili, lavorano col criterio della riduzione del danno, il passo non è solo breve, ma già ampiamente sperimentato dal lungo e buio periodo di Giovanardi. Alle dichiarazioni sono subito succeduti i fatti. Nonostante il periodo estivo, in meno di due mesi, pur nel sostanziale vuoto di provvedimenti di ogni tipo da parte del Governo, viene preparata la direttiva Scuole sicure del ministero degli Interni, che non si riferisce al controllo e alla manutenzione delle tante strutture pericolanti e a rischio che riguardano gli edifici scolastici,  rispetto ai quali il timore, dopo il crollo del ponte Morandi a Genova, è giustificatamente cresciuto, ma contempla lo stanziamento di due milioni e mezzo di euro per il contrasto dello spaccio davanti alle scuole. L’80% dei fondi è devoluto alla videosorveglianza e all’assunzione di vigili urbani precari (o al pagamento degli straordinari per quelli già in funzione) per la sorveglianza e la segnalazione di episodi di compravendita. Il fondo è da suddividere tra le 10 grandi città più popolate in Italia. Torino, ormai scesa sotto i 900.000 abitanti risulta quarta, e beneficerà di non più 250.000 euro. Dei due milioni e mezzo stanziati solo il 10% è fruibile per progetti educativi, di informazione e formazione rivolti a studenti e insegnanti, ma con un obiettivo molto ben definito: infatti devono essere preventivamente approvati dai Comitati provinciali per la sicurezza. Ma l’iniziativa del ministro degli Interni non si ferma  qui: il nemico comprende anche l’utilizzo ludico della canapa industriale, la cannabis light che non possiede pressoché alcun principio di psicostimolazione contenendo lo 0,2 di THC, e oggi venduta in alcuni appositi negozi. A fronte di un mercato illegale che propone cannabis con THC mediamente all’8%, e con non poche produzioni clandestine (anche in Italia) che schizzano di ben molto oltre il principio attivo contenuto, una circolare del ministero degli Interni allerta a fine luglio tutte le questure sul nuovo pericolo (!) invitandole a esercitare i controlli sui canapa shop.

L’assist è fornito da un parere del Consiglio Superiore della Sanità che, in base a un principio di precauzione, non esclude una potenziale pericolosità della cannabis light. Si oppone  la ministra della Salute Giulia Grillo che, dopo avere chiesto il pronunciamento dell’I.S.S., chiede quello dell’Avvocatura di Stato e non rimette in discussione la vendita per l’uso ludico della canapa industriale, la cui produzione è tornata legale (per i suoi svariati scopi) dal dicembre 2016. La questione droga non è nel contratto di governo, ma è pienamente agita dai poteri che competono al ministero degli Interni. Il Dipartimento antidroga, per legge alle dipendenze dirette del Presidente del Consiglio (il premier Giuseppe Conte), che dovrebbe coordinare l’attività dei vari ministeri in cui si suddivide la complessità della materia, non batte colpo.

Che fare? Altro che risvegliare le istituzioni dal lungo sonno sulla droga. Si tratta di contenere il Governo del Cambiamento dal riportarci alla war on drugs, che oggi solo Putin e Trump rilanciano a fronte di scelte di un sempre maggior numero di Stati di più continenti che tentano sperimentazioni e strade alternative. L’Italia, il cui governo sta facendo l’occhiolino, nelle sue diverse componenti, sia agli Usa che alla Russia, si è subito allineata alla posizione, in questo caso comune, di Trump e Putin. Tutto ciò nella più competa indifferenza governativa del rispetto degli obblighi di legge che prevedono di indire una Conferenza sulla droga ogni tre anni, mentre è ormai da più di nove anni che non viene convocata, e nei confronti dello Stato dei servizi, il cui taglio progressivo di personale ne riduce la capacità di intervento, reso evidente dalla diminuzione dell’utenza in carico. Sono oggi 130mila persone che si dichiarano dipendenti e chiedono un aiuto, all’interno di un mondo di consumatori, che incontra le sostanze psicoattive con continuità,  stimato intorno a 6 milioni di persone, e che porta qualcosa come 14 miliardi di euro l’anno nelle mani dei narcotrafficanti. Non sarebbero queste le priorità anziché la repressione dei consumatori di cannabis light? 

 

(leopoldo grosso, presidente onorario del Gruppo Abele)

 

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