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La salute mentale è sempre, anche, un fatto politico

20 Mag La salute mentale è sempre, anche, un fatto politico

La settimana scorsa abbiamo descritto, grazie alle parole di Paolo Rabajoli psicologo e psicoterapeuta dell’età evolutiva, il disagio di adolescenti e minori legato alla pandemia. Evidenza dell’intervista era il chiaro legame tra corpo sociale e disagio mentale. I più piccoli, come fascia più delicata, risultano esposti a squilibri connessi alle loro necessità. A loro volta gestite, o generate, dal mondo adulto.
Adulti che, tuttavia, non sono un’acqua placida.
Dal XXII congresso nazionale della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia, tenutosi a gennaio 2021, emerge che chi è entrato in contatto con il virus aumenta fino a 5 volte la probabilità di sintomi depressivi e si stima che nei prossimi mesi possano emergere fino a 800mila nuovi casi di depressione. Stato che riguarderà anche i 10mila italiani circa che hanno avuto un lutto a causa del virus, senza contare le almeno 150mila persone non colpite dal Covid che manifesteranno sintomi depressivi a causa della crisi economica e della disoccupazione. In Italia la probabilità di ammalarsi di depressione raddoppia fra le persone a basso reddito, triplica fra i disoccupati. Oggi i disoccupati sono il 10% della popolazione, ma alcune stime prevedono un incremento, conseguente alla pandemia, fino al 17% per il 2021. Abbiamo chiesto a Matteo Bessone, psicologo e psicoterapeuta dello Sportello TiAscolto, qual è la situazione e quale la reazione che la società può costruire.

Tutti i recenti rapporti sulla salute mentale della popolazione mondiale, segnata da più di un anno di pandemia, dicono di un incremento di casi clinici di disagio, depressione, ansia, autolesionismo e suicidio. È giornalismo sensazionalistico o la pandemia ha aumentato davvero il disturbo mentale?
“La pandemia ha avuto il merito di sdoganare il tema della salute mentale della popolazione che, messa a dura prova, è entrata nel dibattito pubblico. A pagare le conseguenze peggiori sono state le categorie più svantaggiate come conseguenza di condizioni socioeconomiche più stressanti di partenza e maggiormente peggiorate, gli operatori sanitari e i più giovani. L’istruzione è uno dei fattori più predittivi e protettivi per la salute mentale e oltre alle gravissime conseguenze sulle traiettorie educative di molti ragazzi (in particolare quelli provenienti da famiglie povere) e sulle ripercussioni in termini di salute, tutti i ragazzi hanno subito, più degli adulti, la grave perdita del gruppo dei pari. Questo però non significa che generalmente aumentino i disturbi, i casi clinici: disagio e stress sono reazioni naturali durante cambiamenti così repentini e drastici e certamente occorre grande attenzione per non sottovalutare i segni della sofferenza e un maggior impegno per garantire percorsi di cura tempestivi ma soprattutto appropriati laddove necessario. Eseguire una diagnosi su una persona che soffre è un atto di responsabilità, occorre valutare con cura benefici e rischi. È aumentata la sofferenza, che predispone ai disturbi, e sono peggiorate le condizioni di vita, è probabile che alcune diagnosi siano in aumento. Tra l’altro è curioso che le persone con diagnosi psichiatrica sembrino aver accusato meno il colpo rispetto al resto della popolazione”.   

Alcuni esperti parlano di sindemia, cioè un’epidemia non soltanto sanitaria, ma con ripercussioni economiche, emotive e culturali tali da agire come un moltiplicatore senza precedenti del malessere psichico. Dal vostro lavoro sul campo, con lo Sportello TiAscolto, quale previsione formulate per il futuro?
“La pandemia ha fatto emergere punti di forza e debolezza di individui, comunità e società. Di quest’ultime ha esacerbato le preesistenti disuguaglianze interne che già erano in aumento. Ci siamo finalmente resi conto del valore del Sistema Sanitario Nazionale e del rischi derivanti dal suo impoverimento. Su questo auspichiamo un cambio di rotta. La sindemia però ci ha insegnato che curare gli individui non curandosi delle loro condizioni sociali può essere inefficace. Abbiamo visto molte comunità territoriali stringersi attorno agli individui più fragili e ai loro bisogni sia materiali che psicosociali. Queste comunità hanno un grande potere, curativo per gli individui e trasformativo per la collettività, e ci auguriamo possano tornare a svolgere un ruolo centrale nel prossimo futuro. A ogni modo, il peggio è passato, o se dovesse tornare, ora, sappiamo come affrontarlo, sappiamo che possiamo farlo”.

La nostra società tende a vedere il disagio mentale come una questione personale e clinica. Come intervenire su questa tendenza, considerando che la pandemia ha invece mostrato che il malessere ha le sue radici nella sfera sociale?
“Per il servizio con cui lavoro, lo Sportello Ti Ascolto, è un problema che ci sta molto a cuore. Lo Sportello è un servizio sostenibile di ascolto, sostegno psicologico, counseling e psicoterapia, composto da un gruppo di cittadini, psicologi e psicologhe, di diverso orientamento, impegnati nel contrasto alle disuguaglianze sociali e di salute, anche attraverso il proprio lavoro. Non possiamo cambiare per intero una cultura. È molto più facile e remunerativo fornire risposte cliniche e individualizzate ai bisogni che nascono dalle contraddizioni della nostra società. La nostra risposta è stata costruire risposte concrete e parziali ma reali a partire da premesse differenti. Attraverso il nostro lavoro, una sua autocritica, e la militanza, proviamo a rispondere non solo agli individui ma anche a costruire elementi culturali e pratiche differenti agendo anche a livello politico e comunitario”.

Politiche e interventi a supporto di attori e pratiche per la salute mentale dei cittadini: quali sono le proposte prioritarie da sottoporre ai futuri amministratori del territorio piemontese e torinese?
“La salute mentale è sempre, anche, un fatto politico. Interroga il mondo reale e si produce nell’interazione tra individuo e fattori determinanti della salute: lavoro, abitazione, scuola, spazi verdi e di socialità, trasporti e così via. Come cittadini abbiamo lanciato una campagna attorno a un documento che sottoporremo ai futuri candidati alle prossime amministrative. Chiediamo interventi di contrasto alle disuguaglianze a livello locale in tutti i settori, con forte valore preventivo, in un’ottica di ciclo di vita. Ad esempio, i primi mille giorni di vita sono fondamentali per la salute mentale dei futuri cittadini, sono immensamente determinati dalle condizioni di vita, sociali ed economiche, della famiglia e della madre, che vanno supportate al meglio. Anche le politiche abitative hanno un grande valore preventivo e, a Torino, su questo si sta facendo troppo poco. Occorre usare oculatamente le risorse limitate di cui disponiamo. Il modo in cui le utilizziamo descrive le priorità politiche. Crediamo non si possa lasciare la salute mentale fuori dall’agenda politica, come è accaduto nel recente PNRR. Salute mentale non significa solo interventi, da parte di professionisti, sui disturbi. Si costruisce nei contesti di vita, nelle comunità, a partire da quelle locali, nello spazio pubblico. La salute mentale è un bene comune”.

(toni castellano)



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