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La salute mentale tra cura e profitto

08 Ott La salute mentale tra cura e profitto

Dal 1992 ogni 10 ottobre si celebra la Giornata mondiale della Salute mentale. Lo scopo è di creare conoscenza e sensibilizzazione sul tema dei disturbi psichiatrici e sulle condizioni di coloro che li vivono. Tema e condizioni che il dibattito e l’opinione pubblica hanno evitato per anni.
Le campagne di sensibilizzazione sono supportate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Quella del 2020 titolava Muoversi per la salute mentale: maggiori investimenti per la salute mentale.

Poco prima dell’inizio della pandemia da Covid, l’OMS aveva iniziato a segnalare a governi e opinione pubblica una prevista “epidemia di depressione” e molte forze si erano unite nella richiesta di “maggiori investimenti in salute mentale” facendo leva sui costi economici della loro gestione. A gennaio 2020, al World Economic Forum di Davos, i potenti della terra inserirono il tema in agenda. La pandemia ha infine accelerato il processo di sensibilizzazione: la salute mentale della popolazione è ormai entrata nel dibattito pubblico e nell’agenda politica, globale e statale, e la sua centralità strategica è confermata dall’evento speciale dedicatogli che ha preceduto il G20 dei ministri della Salute di Roma. Ora la salute mentale non è più nell’ombra.
Tuttavia, bisogna tenere presente che quando parliamo di disturbi psichiatrici e neurologici, parliamo di malattie che in Italia rientrano nei Livelli Essenziali di Assistenza, ossia le prestazioni che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di un ticket.
Ma qual è, ora che il tema è discusso, lo stato della salute mentale in Italia e la qualità delle cure? Quale il legame tra la fragilità mentale di molti cittadini e le loro condizioni di maggior svantaggio?
Lo abbiamo chiesto a Matteo Bessone, psicologo e referente dello Sportello TiAscolto, un servizio sostenibile di aiuto psicologico, counseling e psicoterapia, nato a Torino e diffusosi in molte altre città italiane.

Quante persone in Italia sono direttamente toccate da problemi di salute mentale e quali sono gli indici per comprendere i confini di un mondo come quello dei disturbi psichiatrici?
È difficilissimo dirlo. L’epidemiologia permette di fare confronti tra paesi o tra condizioni di salute mentale nello stesso paese in tempi diversi, oppure tra fasce di popolazione. Ad esempio, è certo che i paesi più diseguali, divisi e divisivi, siano paesi in cui la salute mentale è peggiore rispetto a paesi più equi. Oppure che nei periodi di recessione economica la salute mentale peggiori. O ancora, che con la pandemia, la salute mentale dei giovani stia peggiorando più di quella di altre fasce della popolazione.  Il problema reale però è che gli indici utilizzati sono poco attendibili: misurano solo parzialmente ciò che vorrebbero e godono di un consenso relativo. Per fotografare le condizioni di salute mentale vengono utilizzati dati relativi ai servizi, come il numero di ricoveri. O relativi ai trattamenti erogati, come il consumo di farmaci. O il numero dei suicidi, i trend di ricerca su internet di una data parola. Ma è palese che il numero dei ricoveri o i dati sui consumi dicano di più sulla salute dei sistemi di cura che sulle condizioni reali di salute dei cittadini. In sintesi nessuno di questi indici riesce a fotografare la realtà. Benedetto Saraceno, ex direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’OMS, parla chiaramente del rischio di un’epidemiologia allarmista, ovvero di dati che sovrastimano il problema. Ciononostante le condizioni reali della salute mentale della popolazione sono un tema fondamentale per capire la società ed è bene che se ne parli.

Qual è in Italia la possibilità di accesso ai servizi di cura e quale il loro livello?
In Italia, a parte eccezioni, presenti ma poco significative, la situazione non è buona. Il problema è strutturale. Il definanziamento e smantellamento del SSN e le scelte di bilancio delle Regioni sono i punti cardine. Nonostante l’impegno a destinare almeno il 5% dei fondi sanitari regionali alla tutela della salute mentale la media nazionale è inchiodata oggi a poco più del 3,5%. Poche risorse per pochi servizi,  generalmente indisponibili e scarsamente accessibili, molto disomogenei a livello nazionale. Quindi cure povere in quantità e in qualità. Conseguenze? Fabrizio Starace, membro del Tavolo Tecnico sulla Salute Mentale del Ministero, ha detto chiaramente che i servizi con meno risorse sono anche quelli che utilizzano più farmaci. E questa è una soluzione qualitativamente criticabile.

Da alcuni anni si è iniziato a parlare di salute mentale. Tema che prima stava nell’ombra. Potremmo considerarlo un passo avanti. Ma chi sono oggi gli attori di questo mondo e quali gli interessi?
La comunicazione è fondamentale ma non è tutto oro quel che luccica. Il 10 ottobre è la Giornata mondiale della Salute Mentale. Una multinazionale danese, Lundbeck, sta organizzando, per il secondo anno, la campagna di sensibilizzazione Insiemeperlasalutementale con molte società scientifiche, fondazioni e associazioni di familiari e malati. Bene. Lundbeck, a marzo, è stata condannata dalla Corte di Giustizia Europea a pagare una multa da 93 milioni di euro per una vicenda di qualche anno fa*. Le era inoltre stato revocato un brevetto e ha infranto alcune norme per contenuti pubblicitari nel Regno Unito e molti osservatori avanzano ragionevoli dubbi sul fatto che possa aver contraffatto dati relativi all’efficacia di sue molecole e sul rischio suicidario nei bambini.
Tutte le associazioni scientifiche e buona parte di quelle di familiari e le onlus che hanno partecipato all’iniziativa, parlando di salute mentale, hanno ricevuto quote ingenti di denaro dalla multinazionale nell’anno precedente.
Se sei un produttore di farmaci hai molti interessi nel diffondere l’idea di una società malata e la comunicazione pubblica sulla salute e la narrazione che se ne fa rischiano di essere malsane e controproducenti. Non è un caso che  Johnson&Johnson , ad esempio, nel 2014, abbia speso complessivamente 6,2 miliardi di dollari in ricerca e 21,9 miliardi per marketing e vendita e le “giornate di sensibilizzazione e consapevolezza ” siano passate ad essere negli USA, dal 1997 al 2016, da 44 a 401, con un aumento di spesa da 177 a 430 milioni di dollari per le multinazionali.  Oggi in Italia, Janssen e Lundbeck, nell’ambito della salute mentale, sono molto attive , anche comunicativamente,  ad esempio con molte pagine sui social e campagne. Hanno un influenza determinante e pervasiva ma sottilmente discreta. Influenza che rischia di alimentare problemi reali, come nel caso della campagna di Lundbeck, quello dell’inappropriatezza prescrittiva e dell’uso dannoso dei farmaci, e non toccarne altri, come quello dei servizi pubblici.

Siamo arrivati al capitolo terribile della “vendita di malattie”. Proprio ora che l’umanità, uscendo dalla pandemia, si trova a fare i conti con uno stato d’ansia generalizzato, forse più virale e pericoloso del Covid stesso…
Esattamente. Il mercato della salute è molto ricco e le dinamiche commerciali influenzano prepotentemente sia il benessere dei cittadini sia la comunicazione e la narrazione del tema.
Nel 2010 i profitti complessivi delle 10 maggiori aziende farmaceutiche ammontavano a 303 miliardi di dollari, più della somma del PIL di tutti i Paesi del mondo che non fanno parte dei 34 Paesi più industrializzati. Il mercato che ruota attorno agli psicofarmaci è in costante crescita e la pandemia costituisce un’occasione d’oro per chi li produce. Il trend in crescita della vendita di psicofarmaci si accompagna all’inflazione diagnostica: le diagnosi disponibili sono diventate, da 106 nel ’52, 365 le 2013, con l’uscita del DSM5, finanziato lautamente da molte aziende.
È il fenomeno del Disease Mongering sintetizzato da Henry Gadsen, direttore della Merck, quando dichiarò nel ’77 alla rivista Fortune: “Il nostro sogno è produrre farmaci per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque”.
Le grandi case farmaceutiche, talvolta, promuovono non solo i propri farmaci ma anche i disturbi necessari a creare il mercato per i prodotti che vendono. Ad esempio, l’ADHD ha una prevalenza che varia notevolmente tra paesi  (il 1,2% in Spagna, il 5,2% negli USA) in funzione della maggior o minor influenza del mercato negli assetti sociali. Le aziende hanno interessi enormi nell’ampliamento del bacino di “pazienti”. Creano e alimentano i bisogni di salute soddisfacendo i quali traggono profitto. Sono aziende, è la loro natura. Tuttavia, la diagnosi di depressione è un problema gravissimo ma non esiste una linea precisa di demarcazione entro cui si è depressi e fuori dalla quale non lo si è. Se ti rivolgi al medico di base perché sei in difficoltà e senza supporti, è facile ti prescriva un farmaco che rischi di assumere a vita anche se i danni di un uso eccessivo e prolungato sono ben noti e documentati. La salute non paga e la sua commercializzazione la mette a rischio, soprattutto nel caso della tanto preziosa quanto indefinita salute mentale.

 

(*Caso Lundbeck: nel 2019 la Commissione ha inflitto un’ammenda di 93,8 milioni di euro alla società, per aver stipulato accordi, basati sul pagamento di ingenti somme di denaro, con imprese genericiste concorrenti affinchè ritardassero l’ingresso sul mercato dell’antidepressivo citalopram generico. All’epoca, questo antidepressivo blockbuster era il prodotto più venduto dalla Lundbeck. Con quel  denaro Lundbeck acquistava dai concorrenti stock di medicinali generici al solo scopo di distruggerli)

 

(toni castellano)



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