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La tratta di esseri umani, una catena senza fine

15 Ott La tratta di esseri umani, una catena senza fine

Un sospiro e una lacrima. Lo sguardo basso che fissa le piastrelle, in un lungo silenzio ingombrante da abitare. Poi, la prima frase sussurrata: “Voglio costruirmi il futuro con le mie mani ma ho così tanta paura che la notte non riesco a dormire”. Sono queste le parole con cui David, ventisettenne originario del Delta State in Nigeria, comincia il racconto della sua storia nell’ufficio dello Sportello d’accoglienza per vittime di tratta del Gruppo Abele.

Non è stato lui a decidere di partire per l’Europa. Quando, nel dicembre 2014, si è rifiutato di arruolarsi in gruppo terroristico ha dovuto accettare la proposta di due fratelli, a lui sconosciuti, che gli hanno offerto una via d’uscita dalla violenza. Comincia così, la storia di tratta di cui David è vittima. Il giovane viene portato a giurare in un bosco vicino alla metropoli di Benin City, alla presenza di uno stregone. Follia, morte e malattia lo colpiranno se non restituirà tutto l’ammontare del debito e racconterà a qualcuno della promessa fatta. Owen si occupa di organizzare il viaggio fino alle coste libiche, Abu dallo sbarco a Lampedusa in poi. David, nel suo racconto, li chiama trafficanti fin dal primo incontro. “Non pensavo che un uomo potesse fare tanto male a un altro” ci dice, quando gli chiediamo di spiegarci perché utilizza questo termine.

Arrivato in Italia, Abu lo va a prendere fuori dal Centro di accoglienza a Roma, dove David è stato trasferito a seguito dello sbarco. Una volta a casa “Abu il trafficante”, diventa “Abu lo sfruttatore”. Gli spiega che il debito che deve restituire, circa quattromila euro, lo ripagherà vendendo “polvere bianca”. David si rifiuta di cominciare a spacciare, scappa di casa e raggiunge il centro d’accoglienza. Cominciano le minacce ma David resiste. Riesce a farlo anche quando da Benin City le chiamate della sorella si fanno incessanti: la madre ha un’infiammazione dell’appendice in peritonite. Ha bisogno di soldi per essere curata ma il pocket money che il sistema dell’accoglienza fornisce a David non basta per riuscire a curarla. Dopo qualche settimana, la madre muore e David può solo piangere e cominciare a pensare che forse sta pagando quella promessa non mantenuta. Quando arriva nel nostro ufficio, non riesce a perdonarselo e vive nella paura: i suoi sfruttatori, anche se lontani fisicamente, sono ancora lì, nei suoi pensieri, nei sogni che fa di notte. “Durante il viaggio non appena finivo di pagare un trafficante, un passeur, mi indebitavo con un altro – ci spiega – Poi sono arrivato qua e ho scoperto che avrei dovuto spacciare per continuare a pagare. I debiti sono anelli di una catena senza fine”.

Che cosa sia una catena senza fine si capisce dalla storia di Jennifer, per cui il marciapiede non è una scelta. “Trovatemi un’alternativa, non voglio più stare in strada”. È una richiesta chiara e diretta, quella con cui la giovane ventiduenne, originaria di Benin City, si presenta alla porta del nostro sportello. È il pomeriggio del 25 maggio, venti giorni dopo la fine del lockdown voluto dal governo Conte per contenere la pandemia di Covid-19. Un periodo difficile e faticoso per tutti e soprattutto per chi, come Jennifer, vive la vita sul filo della precarietà. Nella richiesta di Jennifer l’elemento economico è preponderante: i clienti, confinati in casa, sono diminuiti e anche con l’allentamento delle misure di contenimento il guadagno è ridotto. La diminuzione della capacità economica comporta a catena una serie di conseguenze negative sulle persone vittime di tratta: l’acuirsi delle minacce degli sfruttatori, la maggior preoccupazione e insistenza della famiglia che dal paese d’origine continua a chiedere parte dei guadagni per condurre una vita migliore a fronte di spese vive quali l’affitto, il cibo e le bollette che rimangono invariate.

Tante persone come Jennifer, si sono rivolte al nostro sportello nel periodo prossimo alla fine del lockdown. Un aumento di richieste che dal nostro osservatorio è stato numericamente significativo: si sono presentate autonomamente nelle prime due settimane di maggio al nostro ufficio – un modo sempre più raro di richiesta d’aiuto – un numero cinque volte superiore di quelle che si erano presentate nell’anno precedente. Una tendenza che è confermata dalle richieste d’aiuto arrivate al Numero verde anti-tratta sul territorio piemontese. Tra marzo e fine aprile le chiamate si contano sulle dita di una mano, ma aumentano esponenzialmente nel periodo della fine del lockdown. Oggi però tutto è tornato alla “normalità”: le presenze in strada sono tornate ai numeri di ottobre 2019 così come le chiamate ricevute e le persone che hanno suonato al nostro ufficio. Torna così, prepotentemente, il tema della difficoltà nell’emersione delle situazioni di sfruttamento e quindi l’efficacia della risposta che i servizi riescono a dare alla precarietà di queste vite.

Jennifer è tornata sul marciapiede. Il virus le ha ricordato, nuovamente, l’esistenza di una catena più forte della povertà economica. Quella catena che non ti permette di accettare l’aiuto delle persone che provano a offrirti un’alternativa e che ti tiene legato ai tuoi sfruttatori e ad un progetto migratorio che tu hai scelto solo in parte. David ha ottenuto un documento e sta provando a costruirsi il futuro “con le sue mani”. Quando ci chiama al telefono, riesce a parlare con un tono di voce più alto e sicuro. Sappiamo, noi come lui, che ci vuole tempo per curare le ferite e trovare una forma per convivere con il dolore e i sensi di colpa. Tuttavia sappiamo anche che David è riuscito a condividere il suo peso con altre persone e così facendo ha potuto cominciare la ricerca di quella libertà che un documento e un lavoro, da soli, non possono dare.

Ogni 18 ottobre, Giornata europea contro la tratta di esseri umani, ricordiamo tutte le persone che vivono in una condizione di sfruttamento, quelle persone che siamo sempre dubbiosi se chiamare “schiavi” cercando in ogni modo di trovare etichette alternative. Perché la parola schiavitù ci ricorda il metallo delle catene che stride, le frustate sulla schiena, la proprietà privata esercitata sulle persone ed è difficile accettare che legami con queste memorie sopravvivano nella nostra società. David e Jennifer ci ricordano però che le modalità con cui il potere viene esercitato si sono evolute: esistono forme silenti e subdole che non lasciano segni sul corpo e non richiedono prove di forza eloquenti. Forme di pari violenza che sono molto più vicine alle nostre vite di quanto vorremmo. Se “contro la tratta” rischia di diventare uno slogan pretenzioso e distante dalle nostre vite, proviamo a pensare che essere contro la tratta significa non girarsi dall’altra parte quando riconosciamo situazioni in cui la fragilità di qualcuno viene sfruttata e non accolta. Significa, in piccola parte, chiedersi quante volte nelle nostre vite siamo consapevoli del potere che i nostri gesti e le nostre parole hanno sull’Altro.

 

(luca rondi, operatore Area vittime del Gruppo Abele)

 



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