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Lo smantellamento del sistema di accoglienza italiano

09 Gen Lo smantellamento del sistema di accoglienza italiano

Anno nuovo, vecchie richieste. Mentre l’appello al Governo Conte bis, scritto e diretto dalla Campagna #IoAccolgo, a cui il Gruppo Abele aderisce, per abrogare i recenti decreti sicurezza e sicurezza bis e cancellare gli accordi con la Libia stipulati dall’ex ministro Minniti, non vede ancora risposta arrivano i primi effetti e paradossi di queste misure.
A documentarli sono Actionaid e Openpolis nel rapporto Centri d’Italia: la sicurezza dell’esclusione e più precisamente al capitolo che porta il titolo Errore di sistema.

In un momento in cui il sistema vede ridursi il numero complessivo di ingressi, ci si sarebbe potuti concentrare in una strutturazione più efficiente ed efficace dell’accoglienza. Implementando quelle best practice che favoriscono l’integrazione e l’inserimento dello straniero aiutandolo a diventare un soggetto attivo e produttivo all’interno della comunità.
Al contrario con l’applicazione delle regole previste dal nuovo capitolato e la conseguente reazione del Terzo settore, si configura il contesto ideale per tornare a gestire l’accoglienza in termini emergenziali nel caso i flussi dovessero tornare a crescere
”.

Il momento cui fa riferimento il testo citato qui, estratto dal sito di Openpolis, è quello attuale in cui gli sbarchi e gli arrivi in generale sono ai minimi storici e, dunque, più facilmente gestibili le necessità delle persone in fuga.
Le best practice sono quelle che il sistema italiano prevedeva prima del colpo dei decreti sicurezza: prima accoglienza in mare secondo il diritto internazionale e i protocolli europei e seconda accoglienza sul territorio grazie alla rete Sprar con strutture diffuse, soprattutto nei piccoli comuni, a gestione di enti del Terzo settore, con processi di integrazione come lo studio della lingua e la ricerca di una qualifica lavorativa.
Le regole invece previste dal nuovo capitolato sono quelle che con i decreti sicurezza hanno ridotto le tariffe di gestione giornaliera da 35 a 21 euro a persona, spingendo associazioni e cooperative del Terzo settore a rinunciare ai bandi indetti dalle prefetture che a loro volta non riescono a trovare gestori per i centri di accoglienza. Il rapporto stima che i bandi andati deserti siano stati in tutta Italia, da un anno e mezzo, circa la metà. La stima dice anche che a queste rinunce sia seguita la perdita di circa 5.000 posti di lavoro, nel settore accoglienza.
Infine, il contesto ideale per tornare a gestire l’accoglienza in termini emergenziali è quello spiegato nei numeri: i 91.424 migranti ospitati oggi in Italia – decisamente meno dei 165.000 precedenti all’attuazione dei decreti sicurezza – che non trovando più ospitalità e attività di integrazione nelle strutture aderenti al sistema Sprar finiscono per riversarsi in strada, per poi essere raccolti nei Centri di Accoglienza Straordinaria (Cas), dove sono già stati trasferiti in 66.958. Centri in cui i migranti non fanno nulla: non studiano, non lavorano, non si integrano: aspettano. Aspettano l’esito delle loro richieste d’asilo. O la concessione del permesso di soggiorno. Che in totale, dall’attuazione dei decreti, si sono ridotti dal 40% al 18%. Producendo migliaia di persone irregolari. Persone che comunque sono arrivate nel nostro Paese. E che dovrebbero spingere a ragionare sul fatto che molte non ci sono arrivate e sono bloccate ora in Libia, dove infuria una guerra civile, o peggio sono morte lungo il tragitto.

 

Scarica il rapporto

 

(toni castellano)



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