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“Lottare contro la violenza spetta a tutta la società”

24 Nov “Lottare contro la violenza spetta a tutta la società”

Nel corso di una presentazione fatta questa estate a Torino Martina Merletti, autrice per Einaudi del libro Ciò che nel silenzio non tace, aveva parlato dell’importanza politica della cura. L’amore, nelle sue parole, di scrittrice e di donna, diventa materia di lotta, strumento altissimo per la costruzione di un presente migliore, meno ingiusto.
Martina Merletti sarà ospite di Binaria, a Rivalta, oggi, mercoledì 24 novembre, alle porte della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Per questo, abbiamo voluto parlare con lei di questa Giornata e di tutto quello che, intorno, ne legittima la sostanza.

25 novembre: Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: formalità oppure occasione realmente ancora utile?
“Mi è recentemente capitato di partecipare alla serata conclusiva di un bel premio letterario. A un certo punto la giuria tecnica è stata invitata a salire sul palco. All’unica donna facente parte del comitato, il presentatore ha rivolto solo questa domanda: “Allora, ci dica, come si sono comportati questi maschietti?”. Poco prima, alla richiesta della sindaca di essere appellata come tale, si erano susseguite risatine e battute. Ciò detto, tanto la sindaca quanto la giurata sono state galantemente fatte passare per prime nel salire e scendere dal palco. Personalmente sono molto favorevole al fatto che esistano momenti di collettivizzazione e celebrazione delle lotte nello spazio pubblico, ma ho anche il timore che giornate come il 25 novembre rischino di coincidere con il prego si accomodi delle scale in questione. Affinché non si traducano in addomesticamento delle lotte, queste ricorrenze andrebbero forse interpretate come semina e raccolta, per definizione legate alla fertilità, alla lavorazione e alla cura del suolo nel tempo. Un modo per evitare che si trasformino in sciacqua coscienza, dunque, è riflettere su come rendere la società capace di interrogarsi in maniera permanente e profonda, e per farlo avrà senso prendere in considerazione il fatto che non si tratti di correggere un difetto di una società che altrimenti funziona alla grande e che la violenza sulle donne, l’omobilesbotrasfobia, ma anche il comportamento antiecologico potrebbero avere radici molto più simili di quanto non siamo abituati a pensare. Cosa cambierebbe, ad esempio, se si mettesse al centro del concetto di sviluppo la cura e la relazione, piuttosto che la produttività e l’individualismo?
L’invito potrebbe quindi essere di utilizzare momenti come questi per riflettere insieme su come rendere la società capace di interrogarsi sulle cause sistemiche, le dinamiche di potere storiche e strutturali che fanno sì che più del 30% delle donne tra i 16 e i 70 anni abbia subito violenza fisica o sessuale nell’arco della vita. Come misura di efficacia propongo il fastidio. Tanto meno riscuoteranno il plauso della maggioranza di chi, senza nemmeno accorgersene, quel privilegio lo detiene, tanto più ci staremo allontanando dalla comfort zone del prima le signore“.

Quando si usa la parola violenza la si lega, per la maggior parte dei casi, a un’altra parola che è vittima. Vera Gheno e Federico Faloppa, nel recente libro Trovare le parole scrivono che “etichettare una persona come vittima non è mai neutro né sul piano giuridico né su quello psicologico e sociale. Il processo di vittimizzazione può far sentire la vittima in colpa, stigmatizzandola, mettendone in discussione l’operato ritenendola in un qualche modo corresponsabile di quanto le è accaduto. Per questo quando si parla o si scrive di vittima e di vittime l’attenzione non è mai troppa”. Qual è il modo giusto per parlare di violenza allora?
“Non credo esista necessariamente un modo giusto di parlare delle cose. Esiste forse un’attitudine che mi sentirei di auspicare, soprattutto in merito a temi delicati. E mi sembra che in fondo sia quello che Gheno e Faloppa arrivano a sostenere, in campo linguistico, quando scrivono che l’attenzione non è mai troppa. Considerare la donna come vittima, ad esempio, distoglie l’attenzione dalla responsabilità sociale della violenza. In uno Stato in cui il numero di violenze perpetrate da uomini su donne cisgender è quello che abbiamo visto sopra, il problema ha evidentemente una radice culturale che espone tanto la donna, e più in generale il femminile, al pericolo di essere violata, quanto gli uomini, e più in generale il maschile, a essere violenti. In quest’ottica gli uomini dovrebbero prendere a cuore la questione come qualcosa che li riguarda in prima persona e non solo in ottica caritatevole verso il genere vittimizzato, che continua così a essere il solo focus del problema. Questo non toglie il fatto che come donna io mi senta effettivamente vittima di una struttura sociale che mi ha reputato degna del diritto di voto nel 1945, che ha abolito il delitto d’onore nel 1981, che mi ha cresciuta nell’idea di dovermi conquistare un posto nella società dimostrando di essere intelligente senza mai dimenticare di essere piacevole e carina, che ha esposto e continua a esporre come forma di intrattenimento il mio corpo in prima serata su reti pubbliche, che mette in discussione il mio diritto all’aborto e che in quanto unica giurata di un premio letterario mi interpella per il comportamento dei maschietti che erano con me avendo però premura di farmi passare per prima quando si tratta di scendere le scale. Non si può cancellare questa eredità, ben più radicata e plasmante di quanto chi ci dice che facciamo una bella vita rispetto a sessant’anni fa riesca a capire.
La realtà, insomma, è molto complessa e invece di assecondare questa complessità ogni tanto ho l’impressione che ci si affanni alla ricerca di soluzioni rapide e universali, rischiando di liquidare il processo lungo, profondo, e talvolta tenero, che la formulazione di risposte o narrazioni adeguate richiede. Il mio modo di avere a che fare con le parole è diverso e a volte credo che ammettere di non avere una risposta sia la maniera migliore di prendere parte a una conversazione. Non so, dunque, se il tema sia cambiare la parola o decostruirne il portato culturale, giuridico e sociale, ma sono abbastanza convinta che queste riflessioni siano tutt’altro che ovvie e abbia senso prendervi parte, in ascolto”.

Si dice spesso che il punto di partenza per prevenire episodi di violenza sia educare alla sessualità e all’affettività fin da piccoli, nelle scuole. Eppure uno dei pomi della discordia che ha portato alla bocciatura del ddl Zan agiva anche in questo senso. Crede sia un processo da innescare? Ma soprattutto: l’Italia è pronta a questa rivoluzione culturale?
“I movimenti Fridays for future e la pandemia di Covid-19 hanno forse dimostrato che gran parte della generazione che sta dietro i banchi di scuola è più pronta di quella che siede in Parlamento. Ciò detto il diritto all’incolumità delle persone non funziona come una lasagna, non si mette in tavola solo se è pronta. Dunque credo che sia fondamentale portare avanti un processo di educazione relazionale e di cura di sé e dell’altro. E credo sia altrettanto importante portarlo avanti in maniera integrata, senza relegarlo esclusivamente a sporadici interventi di esperti. Ogni disciplina nei metodi e nei temi si presta nel valorizzare capacità empatiche e relazionali oltre che di ragionamento, semplicemente non siamo abituati a considerare l’esperienza fisica ed emotiva dell’essere umano in nessun campo, neanche lavorativo. Uno stato democratico, però, ha il dovere di prendersi cura dello sviluppo e del benessere di chi lo abita e lo attraversa a trecentosessanta gradi, non solo per quanto riguarda l’intelletto e non solo a scuola. Ben prima che me ne convincessi io, il femminismo degli anni Settanta gridava nelle piazze che il personale è politico. Credo che qualsiasi lotta che oggi aspiri a produrre un cambiamento radicale debba passare per un’educazione emotiva e una consapevolezza del sé corporeo. Lo credo perché penso che lì risieda un potenziale che la ragione, da sola, non raggiunge: cambiare le attitudini profonde delle persone verso sé stesse e gli altri, andando anche a ricollettivizzare quel concetto di libertà che spesso, preda del neoliberismo, è esclusivamente autoriferito”.

 

(piero ferrante)



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