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Meno istruzione significa più disuguaglianza

11 Feb Meno istruzione significa più disuguaglianza

Disuguaglianza è la parola chiave per leggere molte situazioni, ed è purtroppo anche la lente più adeguata per analizzare i dati sull’istruzione in Italia. I rapporti di diversi enti convergono su un punto: le disuguaglianze sociali e territoriali, che già prima della pandemia condizionavano pesantemente il percorso educativo dei giovani italiani, nell’ultimo anno si sono imposte come il fattore in assoluto più determinante.

Nel dossier Scelte compromesse, a cura di Openpolis e Con I Bambini Impresa Sociale, si analizzano gli apprendimenti dei 4 milioni di ragazzi fra gli 11 e i 17 anni che vivono nel nostro Paese. Evidenziando come le scelte educative compiute nel periodo dell’adolescenza, quando si decide un percorso di studi che orienterà la vita adulta, siano spesso vincolate a situazioni di partenza penalizzanti: fra queste il livello economico e culturale della famiglia d’origine, la regione ma anche il quartiere di nascita, la nazionalità.

Nei test di italiano a fine terza media, il 54% dei ragazzi che provengono da famiglie con uno status socio-economico elevato raggiunge risultati buoni o ottimi, mentre un corrispettivo 54% dei loro compagni più svantaggiati risulta insufficiente. I test alfabetici hanno punteggi superiori alla media nazionale nell’87% delle città capoluogo del Nord Italia, mentre solo nel 25% di quelle del Sud. La percentuale di “Neet”, i ragazzi che hanno abbandonato gli studi e non lavorano, è doppia nei quartieri periferici delle città metropolitane rispetto ai quartieri residenziali benestanti. Due terzi dei figli di genitori non diplomati non finiscono le scuole superiori. E gli studenti di origine straniera, che in questa fascia di età rappresentano l’8% della popolazione scolastica, hanno un tasso di abbandono di 25 punti percentuali maggiore rispetto ai loro coetanei italiani.

“Con la pandemia le disuguaglianze sociali ed educative crescono e aggravano una situazione caratterizzata da grandi divari strutturali” ha commentato Marco Rossi-Doria, vicepresidente di Con i Bambini. “La povertà educativa (…) è un fenomeno che non può riguardare solo la scuola o le singole famiglie, ma chiama in causa l’intera ‘comunità educante’ perché riguarda il futuro del Paese”.

Un altro report, realizzato da UNICEF e Università Cattolica del Sacro Cuore come parte di un’indagine che ha riguardato anche il resto d’Europa, dice che un tentativo di investire nell’istruzione, nei mesi più critici della pandemia, c’è stato. Il 46% delle oltre 1.000 famiglie italiane intervistate ha ricevuto dagli istituti scolastici dispositivi digitali per consentire ai propri bambini di usufruire della Dad, mentre il 25% ha ottenuto un abbonamento a internet per lo stesso scopo. Tuttavia, ben il 27% delle famiglie ha riferito di non aver potuto seguire scolasticamente i figli proprio per la mancanza di tecnologie adeguate in casa, e il 6% per problemi di connessione. A questo si aggiungono le situazioni di sovraffollamento domestico che, di nuovo, hanno riguardato soprattutto le famiglie in condizione di marginalità sociale.

Dove la marginalità è più estrema le associazioni parlano di un impatto ancora peggiore. Un esempio è quello dei campi Rom: non esistono dati certi, ma se è chiaro che i piccoli alunni dei campi non hanno in massima parte avuto accesso alla Dad nel periodo di lockdown, ancora più allarmante è constatare, come fanno molti operatori, che al rientro sui banchi a settembre, più della metà di quelli che prima frequentavano regolarmente le lezioni non si sono più visti.

 

(cecilia moltoni)



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