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Morire di lavoro

27 Apr Morire di lavoro

Il Primo Maggio è giornata di festa per i lavoratori di tutto il mondo dal 1890, a ricordare il massacro di Haymarket e i martiri di Chicago, vale a dire la strage avvenuta quattro anni prima, allorché undici persone vennero uccise dalla polizia di Chicago a seguito di uno sciopero generale teso a ottenere diritti e migliori condizioni di lavoro.

Era una ricorrenza internazionale intollerabile per il fascismo, che infatti la abolì nel 1923, istituendo al suo posto nella data di fondazione di Roma, il 21 aprile, una festa del lavoro autarchica. Con la Liberazione dal nazifascismo, assieme alla libertà e alla democrazia, i lavoratori riconquistarono solo nel 1945 il diritto alla memoria e alla propria festa il Primo Maggio.

È invece il 28 aprile di ogni anno, in corrispondenza della Giornata mondiale per la sicurezza e la salute sul lavoro istituita nel 2003, la data in cui il sindacato mondiale ha scelto di commemorare quanti muoiono sul lavoro, non per la violenza della repressione bensì per le condizioni lavorative nocive e pericolose che causano milioni di decessi ogni anno. Per l’esattezza due milioni e trecentomila, secondo il più recente report dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Numeri di una guerra. Anzi, una cifra che è quindici volte superiore alla somma di tutte le vittime di ogni conflitto bellico accaduto nel mondo nell’ultimo anno.

A questa guerra più letale di ogni altra è dedicato il libro Insicuri da morire, realizzato e appena pubblicato dall’Associazione Società INformazione, in occasione dei vent’anni del Rapporto sui diritti globali, curato dalla stessa associazione. Il Rapporto annuale, inizialmente promosso dalla CGIL nazionale e dal Gruppo Abele, vede ora, da due anni, con la partecipazione della ONG Fight Impunity di Bruxelles, anche un’edizione internazionale in lingua inglese ampliata a un Osservatorio sullo Stato dell’impunità nel mondo.

Tema, quest’ultimo, assai pertinente dato che le morti sul lavoro non trovano quasi mai giustizia. Sono proprio la mancanza di prevenzione e la quasi totale assenza di controlli che, assieme all’impunità per i responsabili, fanno sì che questa secolare e rimossa guerra non trovi una fine, una pace.

Il libro è dedicato a due studenti: il diciottenne Lorenzo e il sedicenne Giuseppe, morti tra gennaio e febbraio 2022 mentre si trovavano in “alternanza scuola-lavoro”, ora denominata “Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento”. Due morti rese possibili da una norma ingiusta e sbagliata, varata nel 2015: obbliga gli studenti a un lavoro gratuito che, come in questo caso, diviene un apprendistato non tanto a un mestiere quanto alla legge disumana che tratta la vita come una merce tra le altre e abitua i giovani a considerare il lavoro e il reddito non come diritti ma come privilegi.

Dove ci sono meno diritti, simmetricamente vi sono più infortuni, malattie professionali, morti, sfruttamento. In definitiva, vi è lavoro pericoloso, povero e senza dignità. Questo è il quadro documentato che il libro fornisce, a partire dai dati e dagli interventi e testimonianze di numerosi sindacalisti di diversi paesi, per concludere che la vita e la salute dei lavoratori devono essere considerati un diritto umano fondamentale.

(sergio segio)



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