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Non chiamatela utopia

07 Gen Non chiamatela utopia

 

Finite le festività riprende il festival dei colori della pandemia: giallo, arancione, rosso e finanche bianco, naturalmente alternati e, talora, sovrapposti. E riprende il balletto dell’apertura/chiusura delle scuole e, insieme, il braccio di ferro all’interno del Governo e tra lo stesso e le Regioni. Intanto ci si continua ad ammalare e a morire, all’apparenza in modo ineluttabile e in una sequenza di dati non disaggregati (per età, per territorio, per attività lavorativa, per patologie pregresse, per condizioni sociali…) che fanno – giustamente – paura ma non aiutano a capire e ad approntare politiche adeguate di contrasto o, almeno, di contenimento. Certo, arriva il vaccino, ma viene impropriamente brandito come una (impossibile) bacchetta magica e con il corredo di incertezze e polemiche sulla reale disponibilità, sui destinatari, sui tempi di somministrazione. Continuando così non c’è di che essere ottimisti…

Non si tratta solo – inutile dirlo – di problemi organizzativi. Quasi senza accorgercene stiamo cambiando tutto anche nella sfera personale: abitudini, comportamenti, relazioni. Il “niente sarà più come prima” che ha scandito la prima ondata della pandemia è, in maniera sempre più evidente, uno slogan che sottende un cambiamento guidato dall’esterno e che ci rende impauriti, sospettosi, talora ostili verso gli altri. Esattamente l’opposto dell’auspicata responsabile virata verso un modello di vita e di sviluppo diverso da quello attuale, più rispettoso della natura, più sobrio, più interessato ai rapporti umani (anziché ai consumi e alle tecnologie).

Dalla sfera personale ciò si estende alla scena pubblica e istituzionale. Stanno cambiando – sono cambiati, spesso acuendo tendenze già in atto – il modello di governo, la scuola, il sistema sanitario e molto altro ancora. L’esecutivo si è trasformato in protagonista esclusivo e incontrollato della sfera pubblica; la didattica è diventata veicolo di trasmissione impersonale di conoscenze, perdendo la sua fondamentale valenza relazionale ed educativa; la medicina territoriale, a dispetto della sua conclamata necessità, è relegata in secondo piano, con i medici di base ridotti al ruolo prevalente di dispensatori di consigli telefonici e di ricette inviate via mail a pazienti sempre più smarriti. Ci sono, ovviamente, le eccezioni, ma il trend è questo. Cosa in parte inevitabile, dati l’andamento della pandemia e la necessità di non soccombere.

Ma l’effetto è una trasformazione che, alla fine di questo drammatico periodo, ci vedrà ancora più soli, diffidenti, ostili e che renderà la società più chiusa, intollerante e autoritaria, soffocata da miti e parole d’ordine suicidi come la crescita senza limiti, la ripresa economica e via elencando. A meno che non ci sia la capacità di rapportarsi criticamente con quanto sta accadendo e di mettere in campo, da subito e in tutti i settori, gli anticorpi necessari.
Rompere l’isolamento e la paura è possibile solo riscoprendo idee e territori di impegno coerenti. E una prospettiva in cui collocarli senza lasciarsi spegnere dalla pandemia e da chi la sta sfruttando a proprio vantaggio. I suoi tratti sono chiari. Ci vuole un altro modello di sviluppo, costruito tenendo conto dei bisogni delle donne e degli uomini in carne e ossa. La crescita serve se dà risposta a quei bisogni, altrimenti non sappiamo cosa farcene. E poi, comunque, non può durare in eterno.

È necessario un modello di sviluppo più frugale e attento all’uguaglianza e al senso di comunità. Ci vuole una cura diffusa del pianeta e del suo futuro. Il mondo è sempre meno vivibile; le materie prime si stanno esaurendo; la natura, stufa di essere sfruttata, si ribella. Bastano pochi mesi di siccità a provocare incendi devastanti. E modeste piogge a seminare esondazioni di fiumi e decine di morti. Eppure, per la nostra classe dirigente (i governanti e non solo), il futuro, a cui destinare gran parte delle ingenti risorse attivabili in questo periodo, sta in grandi opere inquinanti sotto le Alpi o sul canale di Sicilia. Ci vuole una prospettiva di lavoro per tutti: diminuendone la durata e lasciando così a ciascuno il tempo di coltivare i propri interesse e di curare i rapporti con i propri figli e i propri vicini. Se poi il lavoro non c’è, ci vuole un intervento pubblico che consenta una vita dignitosa anche se si è vecchi o malati.

I potenti del mondo (e del nostro Paese) chiamano tutto questo utopia e dicono che è irrealizzabile. Non è così. È, al contrario, la sola prospettiva in grado di mobilitarci anche in tempo di pandemia perché il cambiamento che verrà non peggiori ulteriormente la situazione.

 

(livio pepino)



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