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“Qua se piove vien giù tutto”, lo slogan dell’Antropocene

22 Nov “Qua se piove vien giù tutto”, lo slogan dell’Antropocene

“Qua se piove vien giù tutto” è una frase che in questi e altri giorni di condizioni metereologiche non favorevoli si sente dire quasi ovunque. Alla fermata di un autobus di una grande città come ai piedi di una collina di terra nel sud Italia; a guardare i ponti di un’autostrada come a stare in ufficio a scrivere un articolo. Allora ci si domanda come queste condizioni metereologiche siano diventate tanto sfavorevoli da causare distruzione e morte ogni volta che piove, in ogni stato d’Europa e dell’evoluto Occidente. Ma in ufficio a scrivere articoli si può al massimo, per evitare i “qua se piove viene giù tutto” da bar, chiedere a qualcuno che abbia approfondito.
Abbiamo fatto qualche domanda a Giuseppe De Marzo, recente autore di Per amore della Terra. Libertà, giustizia e sostenibilità ecologica (Castelvecchi), oltre che attivista, economista, giornalista.

Scienziati affermano che il clima e le sue manifestazioni  sono cambiati e in buona parte la causa del cambiamento è riconducibile all’attività umana. Come si collegano le tragedie umane che si sono verificate con le piogge insistenti di queste settimane a questi cambiamenti?
L’aumento delle disuguaglianze e delle ingiustizie sociali è direttamente collegato alla distruzione ambientale e ai cambiamenti climatici ormai da molti anni. La stessa UNDP (Agenzia per lo sviluppo delle nazioni unite) già dal 2011, durante il vertice mondiale sul clima a Cancun, ne ha denunciato il legame diretto. Il modello economico, produttivo ed energetico imposto dalla governance liberista a partire dal 1970 ha prodotto un deficit ecologico con il pianeta che nel corso degli anni è cresciuto a dismisura. Consumiamo molto di più delle risorse che è in grado di produrre e garantire la Terra e abbiamo abusato oltre i limiti dei cosiddetti servizi ambientali gratuiti (il ciclo delle acque, del carbonio, ecc..). Non diamo il tempo alla terra di rigenerarsi e auto-organizzarsi, violando i limiti consentiti dal metabolismo sociale del pianeta. Le modifiche irreversibili che stiamo determinando agli equilibri dei nostri ecosistemi si traducono ogni anno in più morti, centinaia di miliardi di euro di danni, distruzione delle economie locali, centinaia di milioni di profughi ambientali costretti a lasciare i loro Paesi colpiti molto più dei nostri dai cambiamenti climatici. Non affrontare la crisi ecologica equivale a lavorare per far cresce disuguaglianze e guerra tra poveri. Così come, portare avanti scelte politiche che allargano la crisi ecologica equivale a portare avanti politiche criminali.

Quali sono le responsabilità umane e le possibilità per rispondere al disastro?
Siamo in una nuova era: l’antropocene. Possiamo solo adattarci e mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici. Ma abbiamo anche una grande possibilità, se sapremo leggere la crisi, per promuovere più giustizia e democrazia. L’occasione ci viene data dall’urgenza di investire nella riconversione ecologica delle attività produttive e della filiera energetica per cambiare strutturalmente la nostra base produttiva e orientare la domanda ed i consumi su filiere a maggiore intensità di lavoro ed ecologicamente orientate. Solo così ne potremo uscire. Il problema è che nel quadro politico attuale nessuna forza ha un programma e obiettivi del genere. Si parla di tutt’altro, invece che rispondere a come mettere d’accordo i cambiamenti climatici, il diritto al lavoro ed il diritto alla salute, ad esempio. Sono questi i grandi temi che investono la nostra vita e che determineranno il futuro nostro e delle generazioni che verranno. Dobbiamo lavorare per mettere insieme più persone e più realtà possibili su questa visione pratica della relazione tra giustizia ecologica, ambientale e sociale.

Nel tuo recente libro, “Per amore della terra” (Ed. Castelvecchi), dedichi un capitolo al concetto di “giustizia ambientale”. Potresti spiegarmelo?
È la strada che consente alle persone di realizzare il loro massimo potenziale ed implica una trasformazione sociale orientata a soddisfare bisogni fondamentali dell’uomo, garantendo la sostenibilità ecologica e le capacità di autorganizzazione e rigenerazione dei flussi vitali della Terra. Questo ci obbliga a ripensare le politiche energetiche, ambientali e agricole, facendo giustizia sia agli umani che alla Terra. La giustizia ambientale introduce aspetti di giustizia procedurale parlando di pieno coinvolgimento delle persone; aspetti di giustizia sostanziale quando afferma il diritto a vivere e godere di un ambiente sano; aspetti di giustizia distributiva quando introduce l’equa distribuzione dei vantaggi e delle opportunità ambientali. Tende ad un risultato equo che bilancia libertà ed uguaglianza e ci aiuta concretamente a capire quali sono gli aspetti che generano una cattiva distribuzione.

Esistono dunque le “ingiustizie ambientali”. Come incidono sulla vita dei cittadini che abitano il nostro territorio?
Purtroppo incidono giornalmente e sempre con maggior intensità. Si traducono in aumento delle malattie, dei tumori, della perdita di lavoro legata alle economie locali distrutte da attività produttive inquinanti e tese esclusivamente all’esportazione all’estero, ma anche in maggior sfruttamento lavorativo nelle filiere inquinanti e ad alto rischio per la salute dei lavoratori. Si traducono in conflitti sociali, in meno servizi e trasporti fatiscenti e maggiormente inquinanti nelle periferie dove i cittadini hanno una qualità della vita ormai bassissima e sono costretti a condizioni igienico sanitarie gravi. Si traducono in forme di ricatto verso la popolazione costretta a lavorare e a barattare il diritto alla salute con il diritto al lavoro. Si traducono nelle bonifiche ambientali non fatte nel nostro Paese: intere comunità o città che aspettano le bonifiche e che si sentono dire da decenni che non ci sono i soldi. Le ingiustizie ambientali sono la prova dell’esclusione sociale e del razzismo ambientale. Le decisioni sulle politiche ambientali rispecchiano la struttura dominante del potere, le sue decisioni e l’orientamento delle istituzioni.

Quando e come la tutela ambientale è diventata materia di cui si occupano i movimenti sociali e non più la politica?
Da quando le forze politiche si sono arrese ad un’unica lettura del mondo e delle relazioni sociali, smettendo di approfondire e studiare. L’assenza di pensiero critico ha finito per consegnare al mercato e alla governance liberista i beni comuni, la gestione delle principali risorse del pianeta, delle frontiere di controllo sui servizi ambientali gratuiti, dello spazio bioridprottivo (penso al Land Grabbing) e della vita in generale (penso alle patenti sulla vita). In tutto il globo le persone, le comunità, le reti sociali, hanno dovuto resistere alla necessità della governance di estendere il proprio controllo ovunque (persino sugli oceani e sulla biosfera) e allo stesso tempo hanno promosso forme di democrazia e pratiche concrete fondate sulla sostenibilità ecologica. Su questo terreno i movimenti per la giustizia ambientale e sociale hanno incontrato scienziati, accademici ed alcuni governi dei Sud del mondo. I movimenti per la giustizia ambientale e sociale sono nati in assenza di alternative, colmando un vuoto, riempendolo con pratiche, proposte e alternative che costruiscono un’altra proposta politica fondata su un’etica della Terra. La stessa di cui parla Papa Francesco nella Laudato Sii. L’obiettivo di Vivere Bene si coniuga perfettamente con i diritti della natura. La liberazione dell’uomo e della donna dipendono dalla liberazione di Madre Terra.

 

(toni castellano)



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