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Riappropriarsi delle parole, del loro senso, per farne un uso consapevole

29 Lug Riappropriarsi delle parole, del loro senso, per farne un uso consapevole

“I rapporti sociali sono fondati sulle parole, senza le quali si ridurrebbero a poca cosa. Da sempre. Ma oggi il peso delle parole è accresciuto dalla moltiplicazione e dalla pervasività dei mezzi di comunicazione e, soprattutto, dei social. Accade così che le parole, sganciate dal contatto fisico tra le persone, diventino incontrollate. Ciò ne favorisce un uso improprio e, talora, aggressivo. Con conseguenze gravissime, sul piano personale e su quello sociale, quando sfociano in discorsi d’odio”.  
Inizia così il testo in quarta del libro Trovare le parole. Abbecedario per una comunicazione consapevole, da poco pubblicato dalle Edizioni Gruppo Abele, con le firme di Vera Gheno e Federico Faloppa.
L’obiettivo dell’abbecedario, auspicabile per chiunque comunichi, è “Riappropriarsi delle parole, del loro senso, delle loro implicazioni, della loro portata comunicativa. Per farne un uso consapevole”.
Abbiamo intervistato la sociolinguista Vera Gheno, insegnante all’Università di Firenze, per discutere parti attualissime del dibattito pubblico relativo alla comunicazione mediatica.

Cominciamo dalla rivoluzione della comunicazione imposta dai social media. La sua mi sembra una posizione più articolata di quella notissima di Umberto Eco… In sintesi, quali pro e quali contro derivano dall’utilizzo di massa dei social?
“In realtà, anche la posizione di Eco era più articolata di quella frase, diventata proverbiale, sugli imbecilli. Ma si sa, spesso i social favoriscono l’ipersemplificazione di qualsiasi idea. A parte Eco, io penso che i social network abbiano immense potenzialità; in primo luogo, nel dare una voce pubblica a chi, fino a poco tempo fa, una voce pubblica non l’aveva; in secondo luogo, nel creare circuiti di informazione potenzialmente virtuosi che, però, diventano facilmente viziosi. Diciamo che il problema principale è che nessuno ha insegnato, alla maggior parte delle persone, a gestire la complessità comunicativa in cui ci siamo ritrovati, sia in ingresso (quello che si legge e si ascolta) sia in uscita (quello che si scrive o si dice). Forse stiamo imparando, lentamente, a vivere in un mondo iperconnesso e ipercomplesso,  ma questo implica uno sforzo cognitivo, un impegno che non tutte le persone hanno voglia di fare. Eppure, la strada per me è questa: imparare a vivere la complessità, che è qui per restare”.

In un’evoluzione della storia dell’uso improprio delle parole nel libro Trovare le parole è particolarmente interessante il percorso fatto nei secoli dal termine “gogna”, fino all’attualissimo “gogna social”. Descrivendolo in sintesi, cosa mette in mostra nell’evoluzione della nostra società?
“A livello sociale, mi pare che siano soprattutto cambiati i modi per mettere qualcuno alla gogna. Magari non si tratta di una vera e propria esposizione fisica al pubblico ludibrio, ma le gogne moderne non sono certo meno pericolose e dolorose di quelle di una volta. Secondo me, il fatto che il concetto di gogna cambi nel tempo, ma continui a esistere, dice molto di come è fatto l’essere umano, ancor prima della sua società. Facciamo fatica ad accettare che anche noi possiamo diventare hater, che tutti noi ci portiamo dietro una “parte cattiva” che non va ignorata, ma gestita. Scoprire che qualcun altro ha commesso un errore,  potersene distanziare, poter puntare il dito contro di lui, ancora meglio se assieme ad altri, è un atto liberatorio, tribale, che ci mette al sicuro dal dubbio di poterci mai trovare dalla parte di chi ha sbagliato. E così possiamo permetterci di sentirci migliori, più giusti, e riteniamo che insultare o disprezzare chi ha commesso un errore sia un nostro diritto, il diritto di chi certi errori non li fa”.

Passiamo all’attualità: quanto e perché all’Italia serve il Ddl Zan?
La nostra società è ancora fortemente normocentrica: ogni aspetto che diverge da quanto viene considerato normale comporta maggiori difficoltà nel percorso esistenziale della persona portatrice di tale – o tali – diversità. Alcune discriminazioni, come ad esempio il razzismo, sono diventate, nel tempo, socialmente riprovevoli: difficilmente qualcuno si vanta di essere razzista. L’omofobia, la bifobia, la transfobia, invece, sono ancora considerate da molti accettabili, giustificate, dato che persiste l’idea che la normalità sia essere cisgender (cioè riconoscersi nel sesso biologico con cui si è nati o che è stato assegnato alla nascita) ed eterosessuali. Il Ddl Zan per me serve per dare un segnale forte, una specie di scossone alla nostra società. Certo, è implausibile far diventare le persone più aperte a suon di decreti, ma a volte un segnale dall’alto deve essere dato. Mi stupisce la quantità di persone che ritiene pericoloso dare più diritti alle persone non eterosessuali e non cisgender: i diritti non sono una coperta corta, che se tiri da una parte scopre l’altra. Credo fortemente in una società in cui tutti, tutte e tuttə possiamo vivere meglio. Mi pare assurdo che una persona debba essere discriminata ancora nell’anno 2021 perché diversa”.

 

(toni castellano)



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