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Senza fissa dimora, l’housing first si dimostra vincente

07 Apr Senza fissa dimora, l’housing first si dimostra vincente

 

Sono definiti cronici. Persone senza fissa dimora che vivono in strada o nei servizi notturni da più di 4 anni. In Italia sono, in totale, circa il 40 per cento dei 50mila e 724 uomini e donne che hanno fatto della strada la loro casa abituale. Il documentario Homelessness as unfairness suggerisce però una lettura diversa. Se anche i servizi offerti ai senza fissa dimora, cronici e non, si fossero, in qualche modo, cronicizzati nelle strategie adottate? “Lo studio – spiega Massimo Santinello, professore di Psicologia sociale all’Università di Padova – si concentra su un modello innovativo, chiamato di housing first, che ribalta il paradigma su cui si basano la maggior parte dei servizi diffusi in tutto il mondo: viene prima la casa e poi il trattamento di chi vive per strada.

Un modello ambizioso ma che fa fatica a farsi strada perché richiede scelte politiche più forti”.
Il documentario, esito del progetto Horizon 2020 – Homelessness as unfairness realizzato da 12 partner operanti in 9 Paesi europei, aveva come obiettivo lo studio dei risultati del cosiddetto modello prima la casa. “Si mette la persona nella possibilità di scegliere – racconta Santinello – la casa, l’autonomia non sono il premio alla fine del trattamento ma il punto di partenza. Questo genera nella persona una forte motivazione al cambiamento, facendole acquisire nuovamente il controllo sulla sua vita e ritrovandone un senso”. Anche la fase cosiddetta trattamentale assume contorni differenti rispetto a quella tipica del modello a scalini, in cui un passo alla volta si arriva all’autonomia: “Si sceglie insieme, per quanto possibile, un quartiere e una casa e si stringe con la persona un patto rispetto al percorso da seguire. L’accompagnamento non si basa sul non devi. Ad esempio, se la persona ha dipendenza da alcool non le viene richiesto immediatamente di smettere di bere. Il percorso è più lento. Si comincia a far loro visita una volta alla settimana, si chiede un piccolo contributo per coprire le spese, che varia a seconda della situazione economica: per circa un anno dall’accoglienza l’obiettivo è esclusivamente la gestione dell’appartamento”. Un percorso che non può che essere lento per persone che hanno anni di strada alle spalle: “Cambiare stile di vita è già difficile per noi, e il lockdown ce lo ha ricordato, come può non esserlo per loro?”.

I risultati del progetto sono eloquenti: circa l’80 per cento delle persone che vi ha preso parte continua a stare in casa, con risultati positivi anche sui cosiddetti cronici. Una percentuale che supera quella del modello tradizionale, che si attesta intorno al 50/60 per cento, considerando che spesso i risultati sono riferiti all’abitare in appartamenti condivisi. Un risultato perseguibile solo con un maggior impegno da parte delle istituzioni politiche. Un impegno che si riversa almeno su due fronti: il principale, una politica abitativa che fornisca un’adeguata disponibilità di appartamenti e un secondo, non meno rilevante, che riguarda la pazienza nell’attendere i risultati. “Non dobbiamo nasconderci dietro al problema della mancanza di soluzioni abitative – sottolinea Santinello – ci sono liste d’attesa nelle case popolari e si crea per forza un meccanismo di lotta tra poveri: per questo serve una chiara politica per le abitazioni, magari entrando in contatto con privati per garantire il pagamento dell’affitto”. Una scelta politica coraggiosa, problematica anche per la scarsa appetibilità, a livello elettorale, nel perseguire questa politica: “Le amministrazioni locali sono concentrate sulle scadenze elettorali e faticano da un lato a dover aspettare più tempo nel vedere i risultati, dall’altro non possono rendicontare all’elettorato il risparmio che questo tipo di modello porta: meno accessi al pronto soccorso, minor carico per i tribunali, minor contatto con le mense. Servirebbe una visione più ampia ma purtroppo non è così”.

Una visione più ampia che, in realtà, potrebbe portare anche maggior consenso politico. Un profilo interessante della ricerca, infatti, riguarda la diffidenza dei cittadini nei confronti degli attuali servizi per i senza fissa dimora: “Addirittura, il gruppo francese evidenzia come i cittadini sarebbero disposti a sopportare un maggior carico fiscale se i servizi fossero più efficienti. Se è un elemento che può dar man forte a un cambiamento di visione politica, dall’altro ci dimostra quanto il nostro tempo si caratterizzi per una forte attenzione sulla percezione di sicurezza: piuttosto che non vedere una persona che vive per strada, e sentirmi sicuro, preferisco pagare più tasse”.
In Italia, malgrado ci sia qualche apertura da parte del governo nei confronti di questo approccio, a livello regionale e locale poi questi fondi vengono utilizzati in modo inadeguato: “Più ci si allontana dal programma originale, più i risultati sono blandi”. La politica resta così soffocata e piegata, spesso, su soluzioni tampone che soddisfano presunte esigenze di sicurezza. Eppure, 50mila persone, anche considerando che più della metà vive in regioni del Nord Italia, non sembrano un numero ingestibile: a meno che, come spesso accade, la malagestione si trasformi in emergenza che giustifica soluzioni tampone e di breve termine. “Soprattutto in questo periodo – conclude Santinello – servirebbe una classe politica capace di cambiare e avere uno sguardo lungimirante”.

(luca rondi)

(Il documentario è stato prodotto da: HOME-EU. In collaborazione con l’Università degli Studi di Padova, Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione. Scritto da: Roberta Cosentino e Silvia Demita. Produzione video: Nubifilm)

 

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