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Silvia Romano: capro espiatorio in un Paese malato

14 Mag Silvia Romano: capro espiatorio in un Paese malato

Gli insulti e le offese a Silvia dimostrano quanto sia ancora malato il nostro Paese. Il virus, in questo caso, si chiama “capro espiatorio”. È il bisogno di costruire un nemico simbolico – chiamato ora “traditore”, ora “reprobo”, ora “impuro” – contro cui una comunità incattivita scarica il suo odio e la sua rabbia, e così nasconde agli altri e a se stessa le storture al proprio interno, la propria ingiustizia e la propria mancanza di umanità.

Il capro espiatorio serve a dare illusoria compattezza a comunità disgregate. Silvia è una giovane donna che è andata in Africa per lavorare in un orfanotrofio e che ha vissuto il trauma terribile di un sequestro di persona. Liberata dopo un anno e mezzo, ha dichiarato di aver cambiato nome e di essersi convertita all’Islam durante la prigionia.

Una comunità degna di questo nome dovrebbe darle il tempo di elaborare la sua esperienza, capire come ha influito sulla sua interiorità la terribile esperienza della prigionia. Sono vicende che non possono essere guardate da fuori con occhio freddo, giudicante o, peggio, cinico. Una comunità vera sa mettersi nei panni degli altri, a maggior ragione se gli altri soffrono o hanno sofferto.

L’empatia è il collante della civiltà. Senza empatia precipitiamo nella barbarie. Quanto alla conversione all’Islam, non tutti i musulmani sono integralisti così come non tutti i cattolici sono reazionari. La fede autentica chiama in causa la coscienza e la responsabilità. È una faticosa ricerca di verità, non un imporre certezze travestite da verità. Sono certo che Silvia arriverà col tempo a capire quanto c’è di autentico nella sua conversione e quanto di dettato dalle contingenze terribili vissute. Nel frattempo dobbiamo lasciarla in pace e gioire con lei e per lei del suo essere viva.

 

Luigi Ciotti, presidente Gruppo Abele e Libera



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