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NotizieTrauma e diritti umani: nuove prospettive oltre le "linee guida"

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Le vittime di violenza non sono semplicemente "documenti". I traumi che subiscono lasciano cicatrici incancellabili, da rimarginare clinicamente e col lavoro di cura di chi li accoglie, ma anche sul piano giuridico, sociale e politico. Come tenere insieme tutte le "facce" del trauma? Come creare una efficace rete di sostegno, per far sì che la persona trasformi il proprio vissuto doloroso in qualcosa con cui costruire un nuovo sé?

Oltre 300 operatori sociali, studenti, psicologi, psichiatri e antropologi ne hanno discusso a Torino, nel corso del seminario Trauma e diritti umani realizzato da Gruppo Abele e Università degli Studi di Torino, con esperti di rilievo internazionale come Claire Mestre, psichiatra, psicoterapeuta e antropologa dell’Università di Bordeaux e Marcelo Viñar (Montevideo), psicoanalista specializzato nella cura delle persone vittime di violenza. A condurre la due giorni si sono alternati Roberto Beneduce, antropologo e psichiatra del Centro Franz Fanon, Simona Taliani, ricercatrice dell'Università di Torino e Mirta Da Pra Pocchiesa, responsabile del Progetto Prostituzione e Tratta del Gruppo Abele.

Un modus operandi emerge su tutti: non lasciarsi intrappolare dai "protocolli" e dalle "linee guida", ma realizzare "silhouette terapeutiche" in grado di adattarsi alle specificità di ogni singola storia: "dobbiamo - ha spiegato Claire Mestre - dare alle persone le parole per spiegare quello che hanno vissuto, per spiegarlo anche a loro stessi. Un lavoro complesso e delicato. Per questo c'è bisogno di lavorare a tutto tondo, non dimenticando anche di ragionare sul carnefice, su chi agisce la violenza".

Tra le molte suggestioni emerse nei lavori di gruppo, è comune ai diversi ambiti di cura un nodo, quello del tempo: "a volte è troppo lento - ha riportato Roberto Beneduce - pensiamo a quello burocratico per l'ottenimento di permessi, certificati, risarcimenti. Al contrario, nel rapporto terapeutico con le persone, il tempo scorre via veloce, mentre la rielaborazione del trauma, per paura, rancore, rabbia non è né lineare né immediata".

Oltre agli specialisti, anche l'opinione pubblica, le arti e l'informazione giornalistica sono stati chiamati all'appello, perché - ha spiegato Marcelo Viñar - "è importante che si denunci, che si faccia chiarezza e che chi ha la possibilità di parlare al grande pubblico, attraverso l'arte o la stampa - lo faccia con competenza e correttezza".

Sul piano terapeutico, sempre Vinar ha indicato un obiettivo tanto ambizioso quanto cruciale: "ogni persona è il trauma che ha vissuto - ha detto -. Bisogna certamente accogliere la sofferenza, ma senza intrappolare le persone nello status di "persona speciale". Il mandato di chi prende in cura la persona che ha subito un trauma è quella di farle "sentire" di essere di nuovo parte della "normalità" degli esseri umani, da cui si sente escluso".

"In sintesi - ha detto Mirta Da Pra chiudendo la plenaria conclusiva - abbiamo acquisito quattro parole chiave per il nostro lavoro. La pluralità: delle storie, dei traumi, dei vissuti di ogni singolo; il silenzio e l'ascolto, come dimensioni imprescindibili per accogliere e dare forma a quanto la persona non è in grado di elaborare in merito all'evento traumatico che lo ha cambiato per sempre; il contesto, come elemento da studiare e valorizzare per aiutare efficacemente la vittima a ricomporre la propria identità, incamerando il trauma. E infine la contaminazione, tra gli ambiti di cura, clinici, giuridici, politici e sociali, per ricomporre il complesso mosaico che abbiamo davanti".

Trauma e diritti umani: intervista a Roberto Beneduce (Università degli Studi di Torino) e Mirta Da Pra (Gruppo Abele)

(manuela battista)

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