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Un lascito come gesto che alimenta la vita

13 Set Un lascito come gesto che alimenta la vita

 

Il 13 settembre, giornata dedicata ai lasciti solidali, è l’occasione per soffermarsi sul senso di questa scelta. Un gesto che se da un lato richiama il distacco, il commiato dalla vita, dall’altro suggerisce l’idea di una continuità possibile, di una vita che si trasforma e perdura attraverso le vite degli altri.

Di seguito una riflessione di Angela La Gioia, psicoterapeuta e responsabile dell’Università della Strada Gruppo Abele – Impresa Sociale.

Le frasi sottolineate, dietro le quali s’indovina un senso, un’interpretazione personale, e le pagine macchiate dalla nicotina delle dita che l’hanno a lungo sfogliato. Osservo il libro che per decisione di Enrico, al quale l’avevo donato anni fa, è tornato a me dopo la sua morte. Enrico che si era affidato al Gruppo Abele a un certo punto della sua faticosa esistenza, e che mi ero trovata ad accompagnare per un tratto di strada, fra sofferenze e speranze. Mi rendo conto che quel libro è il lascito di Enrico, la sua traccia visibile all’interno della mia vita. Ricevendolo, ritrovo ciò che l’ha colpito, le forme in cui l’ha custodito. Enrico rimane vivo attraverso questo oggetto, questa eredità.

Il senso di un lascito è in fondo questo: permettere a qualcosa di continuare a generare vita dopo la morte. Qualunque cosa ne nasca: siano emozioni, ricordi, visioni.

La morte è una prospettiva difficile da accettare, nella nostra cultura occidentale. Gli studiosi di scienze umane la definirebbero un “tabù”. La morte esiste, è parte integrante della vita, ma non se ne parla. Si inventano anzi architetture di parole per evitare di pronunciarne il nome. La evochiamo solo nei momenti in cui pare essere prossima: in occasione della malattia o nelle situazioni di paura. Ci impegniamo così tanto, durante la vita, a evitare di chiamare in causa la morte, che diventa ancora più difficile rapportarcisi, quando arriva il momento.

Diciamo allora che qualcuno “se n’è andato”. Diciamo: “non c’è più”, oppure: “è mancato”. Locuzioni per evitare l’approccio diretto al tema, in un mondo in cui, prima del fare, conta l’esserci. Salvo che forse questo esserci dovrebbe essere qualcosa che vale, e ci preoccupa, lungo l’intero l’arco della vita, non soltanto quando sentiamo che sta volgendo al termine.
Tutto ciò non significa che sia necessario dedicare l’esistenza terrena a meditare sulla morte; significa maturare la consapevolezza che tutto quello che muore, lo fa per lasciare spazio ad altra vita. Muore di una morte generativa.

Pensiamo a un albero in autunno. Ai suoi piedi, le foglie cadute non sono che il lascito della pianta per quelle che, passato l’inverno, rinasceranno. Ogni foglia ingiallita che si stacca è l’annuncio di un’altra che germoglierà per generare vita nuova.

Se il lascito è qualcosa che si lascia andare, è però un lasciare andare che chiama a un’esistenza futura. Quante case abituate a ospitare la vita, la gioia, le emozioni, vengono lasciate morire dopo la morte dei loro proprietari: vuote, buie, abbandonate. Destinare il proprio alloggio come lascito solidale significa invece fare in modo che in quella casa si possano costruire altri ricordi, evitando la mortificazione di ciò che di bello c’è già stato. Ecco, questo è soltanto un esempio di come sia possibile lasciare un segno concreto del proprio esserci stati, e anche dello stile, delle aspirazioni che lo hanno orientato.

Lascito è allora tutt’altro che un termine tecnico, notarile. È una parola densa, dal significato bellissimo: lasciare andare perché qualcosa o qualcuno diventi nuovamente vivo.

(angela la gioia – psicoterapeuta e responsabile Università della Strada)

 

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