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Una storia “patrimonio” che ci riguarda tutti

17 Feb Una storia “patrimonio” che ci riguarda tutti

Rivelare l’invisibile che si cela dietro ai dati e le statistiche. Io sono Joy, l’ultimo libro della giornalista e scrittrice Mariapia Bonanate, pubblicato per Edizioni San Paolo, permette di “guardare da vicino” la vita di una giovane donna nigeriana ingannata e costretta a prostituirsi nel nostro Paese. Un’autobiografia a quattro mani che restituisce un volto e un vissuto alle analisi di un fenomeno, quello della tratta di esseri umani, che cresce in estensione e fatturato imprigionando nei suoi ingranaggi la vita di milioni di persone.

Bonanate, come nasce la necessità di raccontare il vissuto di Joy attraverso un libro?
“Questo non è un libro ma vuole essere un grido che percorre come un fremito di dolore e sofferenza, speranza e coraggio chi lo ascolta. Un singolo, drammatico, vissuto che vuole far conoscere cosa si nasconde dietro le statistiche, angoscianti, del fenomeno della tratta di esseri umani. Un fenomeno che non riguarda solo le donne nigeriane ma che registra oggi un coinvolgimento maggiore di donne ivoriane e provenienti dall’est Europa. Quando ho conosciuto da vicino la vita di Joy ho sentito che era mio dovere raccontarla”.

Nel libro racconta del suo incontro con Joy sottolineando l’importanza di aver convissuto con lei per due settimane. Perché ha fatto la differenza?
“Condividere fisicamente uno spazio, guardarsi negli occhi, braccia nelle braccia, cambia tutto. Serve immedesimazione, serve abitare i drammi di chi sta vicino e lontano: ognuno di noi non è solo le sue parole. Passata questa epidemia penso che sarà necessario ristabilire relazioni che non siano solo scambi di idee ma anche di affetto e immedesimazione. Solo così ci riavvicineremo, davvero, all’altro”.

Le pagine della vita di Joy permettono di abitare la continua tensione tra dolore e rinascita, forza e fragilità, soggiogamento e libertà. Come riesce l’attaccamento alla vita a farsi spazio in un vissuto impregnato di violenza e dolore?
“Penso che Joy abbia una marcia in più nel recuperare la speranza. C’è un momento, durante il suo viaggio, in cui pensa di farla finita. Si trova in Libia e nella notte un gruppo di arabi hanno violentato lei e Grace, la sua compagna di viaggio, che muore ad appena 13 anni tra le sue braccia. In quel momento, Joy decide invece che proverà a uscire da quell’inferno con tutte le sue forze. Uscirne per diventare testimone di quanto aveva visto e vissuto. E ce la fa, come in tanti altri momenti della sua vita. Nel suo resistere all’alternarsi del buio con la luce, così forte nella sua vita ma in fondo in tutte le nostre vite, c’è una fede innata slegata da una concezione teologica o da un percorso strutturato. Joy racconta che sentiva dentro questa grande speranza fin da quando era bambina: una fede con cui spesso ha litigato ma di cui non ha mai potuto fare a meno. Poi finalmente, anche grazie all’aiuto della comunità che la ha accolta, rinasce e diventa protagonista di una missione rischiosa: raccontare il suo vissuto. Sottolineo quello che scrive Papa Francesco nella prefazione: la storia di Joy è patrimonio dell’umanità”.

Libertà è una parola centrale nel libro. Cosa significa per lei, dopo aver incontrato Joy?
“Serve una riflessione sull’uso che facciamo della nostra libertà. Joy mi ha spinto a usarla per conoscere da vicino il mondo invisibile che è molto più affollato di quello visibile e abitato da persone dalle capacità immense. Conoscerlo richiede impegno ma ci ricorda che la libertà non può essere solo un privilegio. Deve essere anche fatica: quella che serve per sporcarsi le mani, uscire da schemi e abitudini, indifferenza e pregiudizi. Una fatica che porta, però, a una vita piena”.

(luca rondi)



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